il "channeling"
spiritismo per la New Age
JEAN VERNETTE*
* La traduzione dall'originale francese è stata effettuata da Fiorella Lelli
II desiderio di dialogare con i morti esiste da sempre così come l'esistenza di medium che servono da strumenti di comunicazione. E lo spiritismo ritorna nella nostra epoca in misura considerevole. Però esso ritorna nel quadro del cambiamento del paradigma costitutivo della New Age. L'umanità sprofonderebbe nel caos, dicono certi figli dell'Acquario, se non prestasse un orecchio attento ai saggi avvertimenti che sono pronti a prodigarle su questo punto le entità dell'altra riva. Ci si collega allora con l'aldilà come ci si collega con uno dei canali della propria televisione o della radio: un "channel". Lo spiritismo stile New Age si chiama Channeling. Esso è sostenuto da delle celebrità dello star-system. Shirley MacLaine, per esempio nel 1983 ricava da una delle sue esperienze di channeling uno strano film, "L'Amore folgore", che avrà alla televisione uno dei più alti indici di ascolto. Perché la gente è molto attenta a questo genere di discorsi.
"Collegarsi" con la coscienza universale
Si tratta, dicono in effetti i figli dell'Acquario, di "collegarsi" con la Coscienza universale, mondiale: Channel to the Universe ("Collegatevi con l'universo").
Come, per telefonare, occorre qualcuno che parli, qualcuno che ascolti, e un dialogo fra i due, così, perché ci sia "channeling", occorre:
- un "canale" (channel), termine preferito rispetto a quello di medium, capace di ricevere delle informazioni da un livello superiore al mondo fisico,
- una entità non-fisica, situata nell'aldilà, all'altro capo del filo,
- un messaggio che vada dall'entità al canale ricevitore.
A prima vista, sembra che non ci sia niente di molto diverso dallo spiritismo classico. Ma i sostenitori del "channeling" vogliono estenderne la definizione a tutti i fenomeni della storia delle religioni dove un'entità superiore - si chiami o non si chiami Dio - parla con la voce di qualcun altro.
Secondo questa ipotesi, si potrebbe vedere in Gesù Cristo un "canale" mandato sulla terra per trasmettere i messaggi di un'entità chiamata "Dio Padre". La Pentecoste sarebbe un fenomeno di channeling collettivo. La Pizia di Delfi sarebbe servita da "canale" all'entità "Apollo".
Sarebbero ugualmente "canali" profeti come Maometto, mistici come S.Giovanni della Croce, fondatori di nuove religioni come Joseph Smith, iniziatore del mormonismo.
All'origine di parecchie nuove religioni giapponesi, per esempio, si trovano dei fondatori che hanno conosciuto una possessione da parte di Dio. Nel 1838 "DIO-GENITORE" (Oyagami) si rivela al mondo attraverso il canale di Miki Nakayana (1798-1887) che fonderà una delle nuove religioni più diffuse in Giappone, Tenri Kyó.
Si arriverà a identificare quest'ultima col "Dio originale, il Dio vero".
Quando si fa il conto delle entità che si manifestano nel channeling, se ne trova la più grande varietà: "Dio" (è la voce che udì la fondatrice di Findhorn, E.Caddy), "il Cristo" (egli detta dei "nuovi Vangeli", e il più importante attualmente è il "Corso sui miracoli"), degli angeli Michele, Raffaele e molti altri che vengono da un "mondo parallelo", degli elfi, dei folletti, degli gnomi, degli spiritelli, degli spiriti della natura (come i devas che abitano le piante del Giardino di Findhorn), dei "Maestri ascesi" (liberati dal ciclo delle reincarnazioni) e degli spiriti di defunti (in attesa o no di reincarnazione), degli extra-terrestri (come gli elohim, gli "esseri venuti dal cielo", di Raèl), anzi delle entità collettive. Degli psicologi potrebbero vedervi una manifestazione dell'inconscio collettivo (alla maniera di Jung). Dei teologi potrebbero vedervi anche una manifestazione del demonio (Satana e i suoi sbirri). Sta di fatto che il channeling fa cassetta. Esso ha avuto origine dal terreno dello spiritismo, già fertile di nuovi movimenti religiosi.
Lo spiritismo terreno fertile di nuovi movimenti religiosi
Ripercorriamo rapidamente la lista dei movimenti religiosi, che ebbero a che fare con lo spiritismo:
Mary Baker (1821-1910), fondatrice della Scienza cristiana, ha praticato personalmente lo spiritismo. Tuttavia ella negò sempre in seguito di essere stata medium.
Invece, Helena Petrovna Blavatsky (1831-1892) e H.S.Olcott (1832-1907) avevano un interesse comune per i fenomeni spiritici. E si è potuto considerare la teosofìa, in parte, come una risposta al discredito dello spiritismo. Spiritismo e teosofismo appaiono come due tappe importanti nell'emergere della nuova spiritualità contemporanea, poiché combattono l'uno e l'altro il materialismo diffuso, pur situandosi fuori dalle Chiese.
Un operaio belga, Louis Antoine (+1912) pratica lo spiritismo fra il 1879 e il 1889 e pubblica perfino un "Piccolo catechismo spiritico" (1896). Ma egli rompe (nel 1906) con questo modo di vedere nello stesso tempo in cui si attribuisce una missione di rivelazione religiosa. Egli ne conserva tuttavia certi elementi, il "fluido" per esempio.
Passiamo al Vietnam. Una religione celebre, il caodaismo (1926) si presenta come un rinnovamento del buddismo e come la forma vietnamita dello spiritismo. "Il nuovo movimento era il risultato della fusione di due gruppi di spiritisti vietnamiti; con le comunicazioni ricevute da spiriti, l'uno e l'altro erano stati indipendentemente istruiti ad adorare Cao Dai: sotto questo nome si sarebbe loro fatto conoscere il creatore, Dio Padre".1 In effetti, "Dio, adattando il suo insegnamento ai progressi dello spirito umano, più raffinato di un tempo, si sarebbe manifestato questa volta con la voce dei medium, non volendo accordare ad alcun mortale il privilegio di fondare il caodaismo." I messaggi dei medium continuano a guidare i fedeli,"ma si tratta di una medianità sottomessa al controllo dell'istituzione religiosa": i preti e specialmente gli alti dignitari: papa, cardinali, giuristi, principali arcivescovi, vescovi.
Questi messaggi provengono perfino da disincarnati europei: Allan Kardec, Leon Denis, Camille Flammarion, Cartesio, Giovanna D'Arco, Chateaubriand e soprattutto Victor Hugo, il cui ritratto troneggia in certi luoghi di culto.
A differenza dell'antonismo, il caodaismo sorpassa lo spiritismo ma senza rompere con esso, vedendovi perfino una religione futura.
Nuove religioni si organizzarono così attorno allo spiritismo per dare un prodotto specificamente autoctono. In Brasile, per esempio, c'è l'Umbanda. Esso si sforza di unificare i valori religiosi della cultura locale, poiché lo spiritismo si mescola coi resti dei culti africani ancestrali e con le espressioni di pietà di un cattolicesimo popolare.
Uno spiritismo dopo Jung
In che cosa il channeling differisce dunque dallo spiritismo classico? Tanto per cominciare non tende sempre ad evolversi in movimento di tipo religioso, a differenza di questo.
Inoltre le entità che si manifestano nello spiritismo classico sono spessissimo gli spiriti dei defunti, mentre nel channeling, s'incontra una grande varietà di emittenti: dagli extra-terrestri al Cristo.
In riferimento alle teorie di C.G.Jung, queste entità sono percepite sia come delle manifestazioni dell'inconscio, sia come l'espressione dei livelli superiori della coscienza personale del canale: la differenza qui è ancora netta (si potrebbe perfino definire il channeling come lo spiritismo dopo Jung).
D'altronde, le manifestazioni di tipo fisico (colpi, guéridon che picchiano, apparizioni di ectoplasmi) molto numerose nello spiritismo classico, sono rarissime nel channeling.
Altra differenza: nello spiritismo, l'identità personale dell'individuo continua dopo la morte. Invece, nel channeling, essa può mescolarsi a delle entità pluri-individuali, quando non si dissolve puramente e semplicemente in uno spirito chiamato Dio o grande tutto.
Esso si diversifica d'altronde dallo sciamanismo in cui lo sciamano entra in trance, e questo non è il caso del canale.
Bisogna notare tuttavia che le esperienze riportate da Carlos Castaneda, nei suoi contatti con stregoni indiani, sono fra le letture favorite della New Age.
Esso si differenzia infine dalla chiaroveggenza, in quanto gli avvenimenti con i quali il veggente entra in contatto rientrano in generale nell'ambito del mondo fisico. Invece il canale si afferma in contatto con dei livelli di realtà che si trovano "al di là" del mondo fisico.
II channeling, trasmissione dei messaggi dei maestri
Fra le entità evocate correntemente nel channeling, si fa spesso allusione ai maestri nascosti e superiori (Ascended masters) riuniti in Grande fraternità bianca, o Loggia bianca universale, che guida l'umanità verso un destino migliore. Non è facile determinare se fanno ancora parte del nostro mondo fisico.
Si ritrova qui uno dei temi favoriti dell'esotero-occultismo dell'inizio del secolo con Alice Bailey, ripresi da correnti diverse: i gruppi "Full Moon Meditation", il gruppo ("Io sono", "I am") fondato da Guy Ballard che si dice in contatto con il "maestro Saint-Germain" (il conte di Saint-Germain del XVIII secolo), la Chiesa universale e trionfante, di Mark L. Profeta.
Numerosi movimenti più recenti della New Age si dicono allo stesso modo in contatto con dei maestri nascosti: Eckantar, Agasha Temple of Wisdom, Telephone Between Worlds. 2
Alice Bailey rappresenta lei stessa un bell'esempio di channeling, poiché afferma di avere scritto ventiquattro dei suoi libri sotto la dettatura telepatica di Djwahl Kuhl, "il Tibetano", in principio per chiaro ascolto, poi direttamente per concentrazione, man mano che il maestro introduceva i suoi pensieri nella sua mente (e non nel modo incosciente del medium che pratica la scrittura automatica).
Channeling, rivelazioni private e nuove religioni
Si trovano oggi anche dei movimenti di "nuove rivelazioni" in cui i canali sentono direttamente una "parola interiore" senza passare per un medium: per evitare l'intrusione di entità di origine dubbia, J.F.Mayer 3 rivela l'esistenza dei precursori di quei "Neuoffenbarungen" non soltanto in Swedenborg (1688-1772) ma anche nell'esperienza di un musicista austriaco, Jacob Lorber (1800-1864) che scrisse, per locuzioni interiora attribuite direttamente al Cristo, venticinque volumi di cinquecento pagine. Gli eredi spirituali di questa eredità non fondarono tuttavia nessuna Chiesa separata. Eppure certi beneficiari di queste nuove rivelazioni non vogliono conservarle per sé. Essi intendono far conoscere il loro messaggio spirituale all'umanità intera.
Se ne ha un esempio particolarmente chiarificatore con l'Opera di reintegrazione eristica - divenuta Vita universale -
di Gabriele Witteck (nata nel 1933), la "profetessa del nostro tempo" che rilascia dei messaggi provenienti dalla sua "parola interiore". Dove si vede come un channeling privato può dare origine ad una religione neognostica a vocazione mondiale.

Sempre in Germania, ecco ancora Uriella (Erika Bertschinger-Warter) che fonda nel 1980 il movimento "Orden Fiat Lux", in quanto semplice intermediaria di Gesù Cristo, dice.
La sua attività di leader religioso si radica tra i suoi doni di guaritrice e di veggente. Ella si manifesta in sedute di trance pubblico in cui Gesù Cristo parla con la sua voce.
Ma egli non rivela che un sincretismo banale in cui si trovano alla rinfusa reincarnazione e karma, messa tridentina e antipapa Gregorio XVII.
In Francia, nel campo delle rivelazioni private provenienti dal Cristo o dalla Vergine, si ha una scelta abbastanza ampia che va dal gruppo del Fréchou, nel Sud-Est, alla Rivelazione d'Arès, in Gironda, o la Croce gloriosa di Dozulé, in Calvados.
La religiosità della New Age è così caratterizzata da un miscuglio stupefacente di dottrine ancestrali e di concezioni dell'Oriente, mescolate con delle rivelazioni tutte personali. E la pratica banalizzata e universale del channeling, infatti come tale essa è voluta dai suoi adepti, aprirà in tutta la loro larghezza le saracinesche di una religiosità selvaggia che rischia di divenire incontrollabile.
Soprattutto quando queste religioni nascono in Estremo Oriente, Corea e Giappone hanno conosciuto l'influenza dello sciamanismo. Ora questo attribuisce una grande importanza ai rapporti degli uomini con le entità spirituali.
Il Reverendo Moon, per esempio, ha cominciato col ricevere una rivelazione di Gesù, dice, il mattino di Pasqua 1936. Ma egli afferma anche di aver incontrato nel mondo spirituale elevate figure religiose della storia. Ed egli continuerebbe ad entrare in comunicazione con certi membri delle sue congregazioni per mezzo di comunicazione spirituale. "Il mondo degli spiriti, spiega, è sempre attorno a voi, in ascolto e attento. Esso è a portata di mano."
L'origine di parecchie nuove religioni giapponesi è ugualmente legata alla presa di possesso del fondatore da parte di un dio. Così fu per il padre del movimento di guarigione Mahikari, M.Okada. Gli spiriti intervengono spesso nel mondo per turbarlo. Egli insegna: "Più dell'80% dei problemi del mondo, sia individuali che collettivi, sono dovuti a dei disordini all'origine dei quali si trovano degli spiriti". Quando si porta la sacra medaglia Omitama, si diventa canale per trasmettere la Luce e purificare gli uomini e le cose, spiriti possessori, mentre quelli ritornano allora nel mondo astrale.
In breve, le nuove religioni talvolta traggono origine da certe rivelazioni private a dei "canali" privilegiati. Il channeling è un tratto importante della nuova religiosità. Massimo Introvigne 4 attribuisce come origine remota a questa abbondanza:
- i "nuovi vangeli": il "vangelo dell'Acquario di Gesù Cristo", il "Libro d'Urantia", "A course in miracles",
- i "movimenti di extra-terrestri" o dischi volanti,
- le "guide" indiane.
L'esperienza del Giardino di Findhorn
Essa è tipica. Eileen Caddy la racconta nella sua autobiografia. 5
Moglie di un pilota della RAF, un giorno sente una voce che le dice: "Sii forte, e sappi che io sono Dio". Due suoi amici, Peter e Sheena, d'altronde lettori del "vangelo dell'Acquario di Gesù Cristo", l'invitano a prendere sul serio questa voce. Dopo i rispettivi divorzi, Peter e Eileen, sempre guidati dalla voce, cominciano un percorso che li porterà a fondare nel 1962 una comunità-giardino nel nord della Scozia, a Findhorn.
Villaggio globale e comunità ecologica secondo il modello tipico della New Age, Findhorn è addirittura il luogo di incontri (il più delle volte psichici) fra Peter, Eileen e i loro compagni, con differenti tipi di entità: Dio, i devas (spiriti della natura), degli angeli, e perfino un "centro di luce", composto da un gruppo di prigionieri politici russi morti o moribondi e che comunicano dal fondo di una miniera di sale siberiana. All'incontro con i devas viene attribuito in particolare il successo dei loro lavori agricoli, nonostante i terreni non fertili e in condizioni climatiche ostili. Findhorn è diventato nello stesso tempo la Gerusalemme e la Mecca della New Age.
I "Dialoghi con l'angelo"
Bisognerebbe citare qui anche uno stupefacente channeling con gli angeli divenuto un best-seller tradotto in tutte le lingue: "I Dialoghi con l'angelo", di Gitta Mallasz.6
La storia si svolge in Ungheria durante gli anni 1943-44, nel momento più terribile dell'ultima guerra mondiale. Tre giovani donne si ritrovano durante il week-end per approfondire i loro problemi personali. Una è cattolica, Gitta. Le altre due, ebree: Hanna e Lili. Per andare più lontano nei loro scambi, esse decidono ormai di arrivare ciascuna all'incontro con un testo scritto.
Il 25 giugno 1949, dopo aver ascoltato il testo di Gitta, Hanna vuoi manifestarle la sua delusione per questo lavoro che essa giudica troppo superficiale. Quando tutto ad un tratto essa sente salire in lei come una forza e una voce sconosciute che per mezzo della sua bocca riprendono aspramente Gitta.
Per la durata di diciassette mesi quasi tutti i venerdì alle quindici, i messaggi dell'aldilà si esprimono, durante 88 incontri, attraverso Hanna, loro canale.
Essi si presentano come se fossero gli angeli dei differenti membri del gruppo. Noi siamo qui al centro dell'ispirazione della New Age che rivendica d'altronde i "Dialoghi" come suo patrimonio.
Gitta vede in effetti nel messaggio dell'Angelo l'annuncio che l'umanità è arrivata a una svolta della sua evoluzione nel gran piano divino. I "Dialoghi" ne sarebbero un segno precursore, come una guida pratica per realizzare nella nostra vita di tutti i giorni un cambiamento fondamentale, la nascita di ciò che lei chiama la PSDN, "presenza simultanea su due livelli": un nuovo stato di coscienza risvegliato con la stessa pienezza sia sul piano materiale sia sul piano spirituale. "Con la PSDN, lei dice, è l'uomo dell'Acquario che si annuncia".7 Noi siamo al centro del nuovo paradigma.
Un nuovo vangelo : A course in miracles
È forse il testo ricevuto per channeling più diffuso 8.
Esso si situa nella tradizione dei "nuovi vangeli".
All'origine, nel 1965, una psicoioga americana d'origine ebrea, Helen Schuman, atea ma tormentata dai problemi religiosi e che aveva già familiarità coi fenomeni paranormali, sente una voce che le ripete insistentemente: "Questo è un corso sui miracoli. Prendi degli appunti, ti prego." Ella sottopone il caso al suo professore all'Università Columbia di New York, il quale l'invita ad ubbidire. E la voce (quella di Gesù Cristo?) le detta il nuovo vangelo, i cui messaggi saranno riuniti successivamente a partire dal 1975 in tre opere: un libro di testi, un manuale per gli insegnanti, un libro per gli studenti.
Helen Schuman, fino alla sua morte nel 1981, affermerà il suo scetticismo riguardo i messaggi ricevuti pur continuando a negare energicamente di averli inventati. Questa attitudine ambigua in rapporto alle comunicazioni che essi registrano è l'attitudine comune dei canali. Ma la voce parlava con un'autorità impressionante, dice Helen. Così ella obbedisce al punto di mettere in piedi una Fondazione per la pace interiore a cui si ricollegano centinaia di gruppi di studio del "Corso", nello spirito della New Age.
Noi abbiamo qui tutti gli elementi dello gnosticismo e dunque della creazione eventuale di una nuova religione. Una nuova credenza che diventerà molto mediatica con la comparsa di star dello spiritismo New Age, come Shirley McLaine.
Shirley McLaine
La California è per eccellenza il luogo dell'improvvisa apparizione delle nuove religioni per l'Occidente. È ugualmente il luogo prediletto del cinema, con Hollywood. Così quando l'attrice Shirley McLaine si convertì al channeling, verso gli anni '80, ella potè espandere la nuova dottrina come un prodotto classico dell'industria dello spettacolo. I tre volumi della sua autobiografia conobbero uno strepitoso successo: due milioni di copie per il solo "Out on a limb". Problemi sentimentali, teoria della reincarnazione, messaggi medianici si mescolano in questo libro, che rimase per molto tempo al primo posto dei libri più venduti in America. Per inquadrare la struttura sincretista del prodotto, segnaliamo solamente che, nella serie televisiva che ne è stata ricavata, il "canale" è un certo Giovanni della fraternità degli Esseni contemporanea di Gesù...
Ma qual è la dottrina che sostanzia il channeling?
L'esperienza "New Age"
Dottrinalmente, il channeling è come un'esperienza di appartenenza all'Essere universale. Nello spiritismo classico, i messaggi ricevuti dal medium provengono dallo spirito dei defunti: i disincarnati. I canali del channeling preferiscono spiegare la loro origine sia con la psicologia delle profondità, sia con dei concetti parafisici come percezione di onde, di vibrazioni sconosciute, ricevute dal cervello. Noi saremmo immersi infatti, in un campo unico di energia universale, come gli elementi dell'unico cervello di un unico Spirito, anche se crediamo di possedere un'identità individuale separata.
Così noi possiamo comunicare per mezzo di questo Cervello-Spirito universale con le differenti entità che lo compongono. Le modalità di comunicazione dipendono dal livello di coscienza. Il channeling rappresenta la capacità cosciente per un individuo - elemento dell'Essere unico - di accedere al gran Tutto, al grande Sé, all'Essere universale di cui noi non siamo che frammenti. Certuni lo chiamano Dio. Un Dio che non ha identità personale più dell'uomo semplice elemento del gran Tutto. D'altronde è ciò che insegnano le entità stesse, che tengono unanimemente un linguaggio monista (non c'è che "una" Realtà) e panteista (questo Tutto è Dio).
Si è riconosciuto un tema favorito della New Age, segnato dalla concezione orientale del Brahaman indù. Anch'esso propone una radicale "sovversione" della concezione occidentale dell'uomo come soggetto, a vantaggio di una multidimensionalità ambigua dove egli rischia di dissolversi radicalmente. Il cambiamento di paradigma è evidente.
Il channeling, un'esperienza-limite dal sapore religioso
In questo modo il channeling va oltre il quadro dello spiritismo classico. Esso fornisce dapprima un'altra forma di esperienza religiosa, aperta alla comunicazione con l'aldilà nel suo insieme, più largamente che con i soli defunti. Esso, poi, sarebbe rivelatore, dicono i figli dell'Acquario, di una mutazione psichica radicale dell'umanità che rende l'uomo della New Age più adatto a questa comunicazione. Si constata di fatto un ritorno d'interesse per questo tipo d'esperienza. Esso si esprime al livello più elementare con una recrudescenza delle pratiche di tavoli rotanti, di bicchierini, tavoletta "oui-jà" e di molteplici "dialoghi con l'(gli) angelo/i".
Ed è qui che ci si sente messi sull'avviso sulle conseguenze a termine di questa moda, perché essa non è innocua.
Fin dagli inizi dello spiritismo, i medici avevano segnalato gli effetti nocivi, della sua pratica in relazione alla sanità mentale dei numerosi adepti. Il medium che si cancella passivamente davanti alla personalità dell'ipnotizzatore, il canale che lascia campo libero a tutti i fantasmi dell'inconscio indeboliscono la loro difesa e il loro controllo volontario. Fino a sdoppiarsi involontariamente e a dissociarsi, entrando in trance in un momento qualsiasi e scivolando a poco a poco nel delirio. Talvolta sarà loro impossibile ritrovare la loro reale personalità, "abitati" come sono dallo spirito o dall'entità viaggiatrice. E nessuno poi è al riparo dal contagio. All'epoca della prima grande frenesia di comunicazione con l'aldilà, nel 1855, un quarto dei duecento alienati dell'ospedale di Zurigo era spiritista, e due quinti di quelli dell'ospedale di Gand. Ecco chi può mettere all'erta circa gli effetti delle esperienze-limite di channeling.
Channeling e fede cristiana
Davanti a una tale infatuazione, è bene anche ricordare che la grande Tradizione cattolica afferma, essa pure, la possibilità di una comunicazione con l'aldilà e i suoi abitanti, e in modo particolare - noi ci limiteremo a questo - con coloro che ci hanno lasciato: i trapassati, quelli che hanno fatto il "passaggio" della morte. Se sono spariti dal nostro sguardo, infatti, essi sono sempre vivi; non come delle entità disincarnate, ma proprio come delle persone piene di vita. Essi sono sull'altra riva, ma noi rimaniamo sempre in collegamento con loro; non per mezzo di un medium, un canale o un tavolino, ma per mezzo della vita stessa di Dio, che batte in modo identico nel loro cuore e nel nostro.
Così afferma il "Credo" dei cristiani, fondandosi con sicurezza sulla Parola di Dio:
"Credo nella comunione dei santi, nella resurrezione della carne, nella vita eterna".
Che significa?
1. I nostri scomparsi ci sono presenti con una presenza spirituale e reale. Attendono anche loro il momento dell'incontro, perché Gesù ha detto: "Chi crede in me, anche se muore vivrà" (Giov. 11,25). L'amore è infatti più forte della morte. E il Cristo ha vinto la morte risuscitando. È passato dall'altra parte, e lì ci attende: con quelli che noi amiamo e che ci hanno preceduto. La loro morte, che è assenza per noi, è anche una nuova nascita per loro. E per comunicare con noi, essi non hanno bisogno del "canale" di un veggente.
2. Noi siamo infatti "vicini" a loro. E tanto più vicini quanto noi cerchiamo di essere più vicini a Dio. Essi stessi sono tanto più vicini a noi quanto essi sono più vicini a lui. Infatti essi vivono allora della sua vita. Quelli che si sono "addormentati nel Signore" sono nel "regno di Dio": un luogo di vita, dice Gesù (1 Giov. 3,2). Essi sono "in Dio". E poiché Dio, per mezzo del suo Verbo, è presente a tutta la sua creazione, anch'essi ci sono presenti di una presenza non sensibile, ma reale. Per questo, non c'è bisogno di passare per il channeling.
3. Essi sono perfino degli "intercessori". Noi possiamo parlare con loro, essi ci ascoltano. Possiamo aiutarli se sono nel cammino di purificazione. Infatti noi apparteniamo tutti allo stesso Corpo dove ciascun membro è al servizio dell'altro: il corpo mistico del Cristo. Ed essi sono pronti a portarci il loro aiuto efficace, reale, se noi glielo domandiamo. S.Teresa del Bambin Gesù prometteva: "Io passerò al mio cielo a fare del bene sulla terra". I nostri intercessori del cielo non sono entità immaginarie come Ramtha o Lazaris, ma delle persone ben reali, in comunione con un Dio che è onnipotente d'amore. Così esse non possono che voler farci beneficiare di questo amore preveniente. Infatti noi siamo solidali. Noi siamo un'immensa comunità di cui il Cristo è il Capo. E la comunicazione avviene attraverso lo Spirito di Gesù che circola in tutte le membra del corpo e le unisce: non per mezzo delle entità o dei disincarnati.
4. Essi conservano tutta "la loro personalità" e il loro carattere, tutti i loro affetti e la loro tenerezza. Essi non hanno perduto niente. Continuano ad amarci con tutto il loro cuore. Essi non sono annegati in un immenso oceano cosmico dove perderebbero i tratti che sono loro propri, in un'altra dimensione eterea o in un nirvana impersonale. Infatti noi siamo ciascuno una persona unica per Dio Padre. Essi non sono degli spiriti erranti alla ricerca di un canale per farci capire. Perché noi ci ritroveremo un giorno. E noi crediamo alla risurrezione della carne, al grande incontro finale "sotto cieli nuovi e su una terra nuova".
5. Il momento della "più grande vicinanza" nell'incontro, è l'Eucaristia. La nostra comunicazione intima è allora assicurata per mezzo della vita stessa di Dio alla quale noi siamo, ciascuno, collegati come dei sarmenti al medesimo ceppo di vigna. E non con un medium. È il luogo privilegiato della comunione dei santi: quando noi siamo in comunione col Cristo risuscitato che unisce in lui "i vivi e i morti". Allo stesso modo la preghiera quotidiana, nella quale, per mezzo dello Spirito di Gesù, noi siamo legati gli uni agli altri.
Questo è il vero channeling, agli occhi dei cristiani.
Mons. Jean Vernette è delegato dell'episcopato francese per i problemi concernenti le sette e le nuove credente.
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NOTE:
1 J.F. MAYER, Lo spiritismo, Ed. ElleDiCi, Torino 1989, p. 12
2 Cfr. MASSIMO INTROVIGNE, «II channeling: uno spiritismo moderno?» in Lo spiritismo, Ed. ElleDiCi, Torino 1989.
3 Op. cit., p. 17.
4 Lo spiritismo, op. cit., pp. 17 e ss.
5 Flight into freedom, Element-Books, Longmead (Shaftesbourg, Dorset), 1988
6 1976, Aubier-Montaigne, Parigi. Cfr. "Les Dialogues tels que je les ai vècus" (I dialoghi come li ho vissuti), Ibid1984. "Les dialogues ou l'enfant né sans parents" (I dialoghi o il bambino nato senza genitori), Ibid. 1986.
7 Interview dans "Sources", 23/1989, pp. 8 e ss.
8 A course in miracles, Foundation for inner Peace, Tiburon (California), 1979, 3 volumi
Nota pastorale della Conferenza episcopale dell'Emilia Romagna - 2000
LA CHIESA E L'ALDILA'
INTRODUZIONE
Un problema nuovo
1. La famiglia oggi è spesso impreparata ad affrontare momenti difficili come la morte di un proprio familiare. Ancor più impreparata si trova di fronte a una malattia improvvisa o a una morte tragica come quella per incidente stradale.
Non solo essa si scopre impreparata di fronte alla morte di un proprio membro, ma sembra oggi dichiarare più che in passato il suo sconcerto, come di fronte a una assurdità. La famiglia moderna, in particolare quella urbana, sembra essere diventata uno spazio troppo stretto già dal punto di vista logistico e più ancora sotto il profilo spirituale, per ospitare un evento tanto smisurato come quello della morte.
2. L'imbarazzo a dialogare con un evento così straordinario per la famiglia, quale la morte di un proprio congiunto, è presente anche in molti cristiani. È l'aspetto su cui oggi c'è maggior confusione, oscurità, dubbio, reticenza, rimozione sia fra i non credenti, sia fra i credenti, anche se praticanti. Il silenzio dei credenti sulla morte, sulla vita dopo la morte, sul mistero dell'aldilà è tanto più ingiustificato e inopportuno quanto più si incontrano persone che si interrogano sulla morte, su ciò che ci attende dopo, sulla possibilità di vedere davvero il volto di Dio e di rivedere il volto dei propri cari. Tale richiesta è particolarmente diffusa oggi nelle famiglie provate dalla morte violenta di un proprio congiunto. È il caso della madre colpita della morte tragica di un proprio figlio, senza riuscire a darsi una ragione, e che vorrebbe poter comunicare con lui, ricevere una spiegazione, sapere come si trova.
Diverse risposte
3. Tacere dunque o parlare della morte, della vita dopo la morte, del nostro rapporto con i defunti? Alla domanda su che cosa avvenga nell'altra riva della morte, vengono date diverse risposte dalla cultura contemporanea.
La prima è molto breve: «Niente». Dopo la morte c'è il nulla. Con ciò si dice che la morte è il traguardo definitivo e nulla rimane della persona umana, non ne sappiamo nulla e non possiamo dunque dirne nulla. La miscredenza totale o il prudente agnosticismo hanno in comune una cosa: rispondono con un vuoto.
Alla censura della domanda sulla vita dopo la morte corrisponde la tendenza ad affermare un'escatologia intramondana. Si tratta di una tendenza ben nota nella storia del pensiero occidentale con il sorgere e il diffondersi di movimenti critici verso il cristianesimo e la religione in genere, perché «elevando la speranza dell'uomo verso una vita ft£tura e fallace, lo distoglierebbe dall'edificazione della città terrena» (GS 20: EV 1/1377). In tal modo l'uomo si pone nella prospettiva di un «orizzontalismo messianico», che è una delle espressioni più radicali della secolarizzazione del Regno di Dio.
4. Bisogna riconoscere che, ai nostri giorni, la fede dei cristiani viene scossa non solo da influssi che devono essere considerati esterni alla Chiesa, ma anche da una sorta di debolezza della speranza cristiana. Non mancano, infatti, alcune nuove interpretazioni delle verità tradizionali riguardanti l'aldilà, che i fedeli percepiscono come se in esse fossero messe in dubbio la stessa singolarità di Gesù Cristo e la realtà della sua risurrezione. È come se le luminose verità cristiane su Gesù Risorto, la risurrezione dei morti, la comunione dei santi cadessero agli occhi di tanti nostri contemporanei in una sorta di «penombra teologica». Tutto ciò disorienta il popolo cristiano, che non riconosce più il proprio vocabolario e le nozioni più familiari alla propria esperienza.
In questa situazione, i cristiani devono sentirsi investiti di una grande responsabilità. Sono chiamati a essere uomini della speranza vera. Lo ricorda l'apostolo Pietro: «Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15), imparando a camminare «lieti nella speranza», come esorta l'apostolo Paolo (Rrn 12,12). La nostra fede perciò deve prendere il volto della speranza. Il nostro essere cristiani si misura non solo sulla domanda: «Che cosa credi?», ma anche su quella: «Che cosa speri?». In un mondo che ha smarrito il senso della speranza, i cristiani possono essere significativi e comunicativi soltanto se si fanno «testimoni di speranza». In fondo il mondo appartiene a chi gli offre la speranza migliore.
Il nostro intento
5. L'intento di questa Nota pastorale è quello di offrire un quadro di riferimento per operare insieme, in piena comunione, seguendo una prassi comune tra le varie diocesi della regione. Comportamenti divergenti favorirebbero movimenti che pretendono di comunicare con l'aldilà, mentre provocherebbero disagio e smarrimento negli stessi fedeli lasciati nella loro incertezza e dubbio.
Viene chiamata in causa la missione dei vescovi, il cui compito viene così indicato dal concilio Vaticano II: «Nell'esercizio del ministero di insegnare, annunzino agli uomini il Vangelo di Cristo, che è uno dei principali doveri dei Vescovi; e ciò facciano, nella fortezza dello Spirito, invitando gli uomini o confermandoli nella vivezza della fede. Propongano loro l'intero mistero di Cristo, ossia quelle verità, che non si possono ignorare senza ignorare Cristo stesso» (cf. CD 12: EV 1/596).
LE VERITÀ DIMENTICATE DELLA SPERANZA CRISTIANA
Gesù Cristo nostra speranza
6. Perché il cristiano spera? Qual è il segreto della nostra speranza? Su che cosa si fonda questa speranza? Scrive l'apostolo Pietro ai cristiani del suo tempo, messi alla prova nella loro fede dal clima di incomprensione se non di ostilità nei loro confronti:
«Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi» (l Pt 1,3-5).
Qui, immediatamente, la speranza non si identifica subito con la virtù della speranza, quale virtù riguardante l'atteggiamento del cristiano o virtù teologale, ma con un evento che le sta a fondamento. L'evento «speranza viva» è l'affermazione della «risurrezione. di Gesù Cristo dai morti». La nostra speranza ha dunque un nome: Gesù Cristo Risorto.
Alla risurrezione di Gesù è strettamente legata la nostra risurrezione. Gesù non risorge solo per se stesso, risorge come «primizia dei risorti» (cf. I Cor 15,20-23), come il capo dell'umanità che deve essere rinnovata. L'apostolo Paolo, che ha intuito con estrema lucidità ed espresso con forza appassionata l'interdipendenza dei due misteri di fronte ai cristiani di Corinto che incominciavano a nutrire qualche dubbio e perplessità, scriveva: «Se i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora invece Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti» (I Cor 15,16-20).
7. La risurrezione non è una verità facile da accogliere. Non per nulla, nella Bibbia, la Rivelazione ha impiegato molti secoli a prepararne la comunicazione e a vincere la tradizionale diffidenza ebraica concernente una risurrezione dopo la morte. L'insegnamento sulla risurrezione diventa esplicito all'epoca del profeta Daniele (cf. Dn 12,2) e dei fratelli Maccabei, quando la fede nella risurrezione dei morti è indicata come il fondamento della pietà verso i morti: «Se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti» (2Mac 12,44).
Fuori del mondo ebraico, la difficoltà ad accogliere la risurrezione era legata alla cultura greca, che trovava la sua espressione più intensa nella dottrina platonica dell'immortalità dell'anima, accompagnata da una forte disistima per la materia e per tutto ciò che è corporeo. Diventava arduo pensare che l'anima liberata dalla carne ritornasse alla sua prigionia, e ancora più arduo era vedere in questo ritorno un traguardo di gloria e di gioia. Paolo stesso sperimenterà l'ostilità greca verso questa verità della risurrezione dei corpi, andando incontro a un clamoroso insuccesso: «Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: "Ti sentiremo su questo un'altra volta"» (At 17,32).
Perciò la fede cristiana è, su questo punto, provocatoria. E non può essere accettata facilmente da tutti, senza un rinnovato annuncio. E noto che la formula del Credo, «Credo la risurrezione della carne», è entrata nel Simbolo apostolico, e dopo di esso in molti altri, per evitare un'interpretazione spiritualista della risurrezione dei morti. Se anche ogni domenica i cristiani che frequentano la messa ripetono: «Aspetto la risurrezione dei morti», non è detto che a tutti risuoni consapevolmente fino in fondo l'autenticità di questa verità e il suo sconvolgente contenuto.
L'uomo chiamato alla risurrezione
8. Alla risurrezione sono chiamati tutti. L'attesa della beata risurrezione, avviata dall'evento del Cristo Risorto, «primogenito dei risorti», era così viva nei primi cristiani che aveva portato alcuni a ritenerla imminente con la parusia del Signore, cioè con il suo ritorno nella gloria, come ricorda l'apostolo Paolo (2Ts 2,1-3). E così a coloro che erano preoccupati della sorte di quelli che nel frattempo venivano colti dalla morte prima della parusia del Signore, l'apostolo Paolo non manca di richiamare che la chiamata alla risurrezione riguarda tutti, vivi e defunti: «Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affiggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (l Ts 4,13-14).
Anzi, di fronte all'eventualità della sua stessa morte prima della parusia del Signore, l'apostolo Paolo non nasconde ai cristiani della comunità di Filippi il suo desiderio di morire per essere con il Signore: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d'altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne» (Fil 1,21-24).
Già prima dell'apostolo Paolo era maturata la convinzione che la morte dei giusti non era la fine di tutto, ma costituiva come una sorta di morte aperta alla vita, come ricorda la lettura della Sapienza prevista per la liturgia funebre. Dopo aver ricordato che la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo, l'autore afferma: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una rovina, ma essi sono nella pace» (Sap 3,1-3).
Certo, la morte resta un fatto drammatico. Neppure per Gesù la morte è un avvenimento sereno. Di fronte a essa, Gesù prova «paura, tristezza, angoscia» (cf. Mt 26,37 e Mc 14,33). Gesù scoppiò in pianto per l'amico Lazzaro che era morto (Gv 11,35). È perciò naturale che il cristiano soffra per la morte delle persone che ama. Illuminata però dalla speranza della comunione con il Signore Gesù, anche la morte non è più solo un fatto che incute paura, ma una porta aperta, l'essere accolti nella casa del Padre, come si esprime il vocabolario cristiano, fino a chiamare «Beati quelli che muoiono nel Signore» (Ap 14,13). Nella tradizione spirituale è addirittura frequente il pensiero alla bontà della morte in quanto condizione e via verso la futura risurrezione. La nostra comunione con i defunti
9. La costituzione conciliare sulla Chiesa afferma: «Alcuni tra i suoi discepoli sono ancora in cammino sulla terra, altri hanno lasciato questa vita e sono sottoposti a purificazione, altri infine godono la gloria del cielo contemplando chiaramente Dio stesso uno e trino così come egli è; tutti però, in gradi e modi diversi, comunichiamo nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Infatti coloro che sono in Cristo e ne possiedono lo Spirito, formano insieme una sola Chiesa e in lui sono congiunti gli uni gli altri. L'unione di quelli che sono ancora in cammino con i fratelli che sono morti nella pace di Cristo non viene interrotta dalla morte, ma, come da sempre crede la Chiesa, viene invece consolidata dalla comunione nei beni spirituali» (LG 49: EV 1/419).
C'è quindi una reale comunione tra i vivi e i defunti: comunione che si concretizza in uno scambio di beni spirituali. I vivi possono aiutare i defunti nelle diverse forme con cui la tradizione ha configurato la solidarietà cristiana verso i morti: preghiera, opere di carità, in particolare la celebrazione della santa messa, memoriale della Pasqua di Gesù. Così pregava S. Agostino nelle Confessioni all'indomani della morte della madre, Monica: «Ispira, o Signore mio... quanti mi leggeranno di ricordarsi di Monica, la serva tua, e di Patrizio, un tempo suo sposo, per la cui carne mi introducesti in questa vita» (Confessioni, 9,11,13).
All'aiuto offerto dai vivi ai defunti corrisponde poi, in forza della stessa solidarietà, l'aiuto dei defunti ai vivi, particolarmente quando la solidarietà è potenziata da motivi di parentela, di amicizia, di affinità spirituale: aiuto che però rientra sempre in quella «comunione nei beni spirituali» di cui parla la costituzione sulla Chiesa del Vaticano II, ed è analoga all'intercessione dei santi presso Dio.
10. Chiedere aiuto alla preghiera dei defunti, così come invocare l'intercessione dei santi è tutt'altra cosa dall'evocare gli spiriti. Già nell'Antico Testamento, Dio aveva proibito l'evocazione degli spiriti dei defunti (Dt 18,10-14; cf. anche Es 22,17; Lv 19,31; 20,6.27). È molto noto il racconto con cui il re Saul contro la sua stessa disposizione aveva voluto consultare una donna negromante (cf. l Sam 28,3-25). Anche gli apostoli mantengono questa proibizione nel Nuovo Testamento in quanto rifiutano tutte le arti magiche (At 3,6-12; 16,16-18; 19,11-21).
Il Concilio Vaticano II, che raccomanda d'invocare le anime dei beati, ricorda anche ripetutamente che il magistero della Chiesa si è dichiarato contro ogni forma di evocazione degli spiriti (cf. LG 49, n. 148: EV 1/419).
Nel concilio Vaticano II, la commissione dottrinale spiegò quello che si deve intendere con la parola «evocazione»; essa sarebbe qualsiasi metodo «con cui si cerca di provocare con tecniche umane una comunicazione sensibile con gli spiriti o le anime dei defunti per ottenere notizie e diversi aiuti» (cf COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Problemi attuali di escatologia, 16 novembre 1991, in EV 13/531).
Anche il recente Catechismo della Chiesa cattolica respinge l'evocazione degli spiriti dei morti tra le varie forme e figure designate normalmente sotto il nome di spiritismo, e in particolare contesta il ricorso ai medium come «volontà di dominio sul tempo, sulla storia e infine sugli uomini» (CCC 2116), mentre la Nota pastorale della Conferenza episcopale toscana parla dell'evocazione delle anime dei defunti come di «una forma di alienazione dal presente e una mistificazione della fede nell'aldilà» (Firenze, 15 aprile 1994).
I MOVIMENTI CHE PRESUMONO DI COMUNICARE CON L'ALDILÀ
11. Fino a poco tempo fa, le verità sopra ricordate riguardanti la speranza cristiana e la visione cristiana dell'aldilà, bastavano a sostenere la fede e a dare ragione della speranza. E non è da escludere che un ritorno nella predicazione, nella catechesi e nello stile di vita dei cristiani sulle verità dimenticate della speranza cristiana, possano ancora oggi venire incontro a difficoltà, dubbi, incertezze in cui si muovono credenti e non credenti, in particolare quando sono messi alla prova dall'esperienza della morte tragica di un proprio familiare.
È vero però che, soprattutto in questi nostri giorni, si vanno moltiplicando comportamenti e movimenti di pensiero, che prospettano la possibilità di un contatto con i propri defunti e che trovano accoglienza anche fra i cristiani. Il fenomeno della ricerca di comunicazione con l'aldilà è molto diffuso in Italia e sta interessando anche la nostra regione emiliano-romagnola. La Chiesa, custode della verità del vangelo e della sana dottrina, è chiamata a un serio discernimento anche nei confronti di questi movimenti. Quali i fattori che sollecitano oggi il desiderio e la speranza di riuscire a comunicare con i defunti? E quali i problemi che questi fenomeni vanno suscitando presso la coscienza cristiana?
Le morti violente
12. Viviamo in una civiltà piena di pericoli, in cui le morti per causa violenta, spesso in giovane età, sono sempre più frequenti. Si pensi alle vittime della strada, soprattutto alle «stragi del sabato sera», alle vittime sul lavoro o negli sport pericolosi, alle vittime della droga, al suicidio dei giovani.
Perdere un figlio, un genitore, un parente, un amico, a seguito di queste tragiche situazioni crea sconforto, sensi di colpa, solitudine, sentimento di impotenza e di assurdità.
Nessuna meraviglia che, oltre il conforto che può venire dalla vicinanza degli altri familiari, dalla solidarietà degli amici e dalle verità consolanti della fede e della speranza cristiana, coloro che vengono provati dalla perdita imprevista e tragica di un proprio congiunto sentano il bisogno di avere le notizie che non hanno potuto avere, di sentire vicino lo scomparso, di sapere come sta, di ascoltarne ancora la voce. Tale ricerca di contatto con i propri defunti, vissuta un tempo solo come desiderio, trova oggi più facilmente accoglienza nel diffuso fenomeno dei movimenti che presumono di comunicare con l'aldilà.
La comunicazione con l'aldilà
13. Sono ormai diversi i movimenti e i gruppi sorti con il preciso intento di mettere i vivi in comunicazione, o direttamente o tramite medium, con i propri defunti. A questo scopo si vanno moltiplicando convegni, seminari di studio, week-end di incontri su temi particolari, sempre legati a una spiritualità protesa al contatto con l'aldilà. A essi convengono sempre più persone in lutto che vanno ad ascoltare relatori che trattano della speranza di comunicazioni ultraterrene.
Non si tratta di un fatto nuovo, come rileva un'ampia e documentata letteratura in proposito; pratiche di comunicazione con i defunti riempiono la storia delle credenze dell'umanità, dal primitivi fino al nostro secolo. Particolarmente esteso è il fenomeno delle comunicazioni con i defunti nell'Ottocento e nel Novecento, con la nascita dello spiritismo e delle pratiche medianiche, che nella loro ideologia di fondo positivista e sincretista già hanno conosciuto la condanna da parte della Chiesa.
14. Alla crisi ideologica dello spiritismo oggi sembra subentrare, almeno in Italia, una forma di evocazione degli spiriti ritenuta più compatibile con la religione, meno polemica con la Chiesa stessa, anzi più alla ricerca di dialogo e di consenso da parte della gerarchia ecclesiastica. A conferma della presunta ortodossia viene portato il fatto che ai movimenti aderiscono e vi operano, oltre laici e laiche di chiara estrazione cristiana, religiosi e sacerdoti, tra i quali alcuni notissimi per l'attività che svolgono all'interno della comunità cristiana. In alcuni di questi incontri è stata celebrata anche la messa. Ma non basta a garantire la legittimità di queste iniziative la presenza di sacerdoti, i quali sempre sono tenuti a chiedere al vescovo l'autorizzazione, che non si vede del resto come sia possibile concedere.
Di fatto emergono idee, comportamenti e tecniche che suscitano seri dubbi sulla ortodossia di tali movimenti. Anzitutto in rapporto alla fede. Il senso della morte, la certezza di una vita oltre la morte - e non solo dell'anima, ma anche del corpo, nella risurrezione finale - e il conforto per la morte di una persona cara derivano a un cristiano dalla parola di Dio; sono un atto di fede in Colui che «non è Dio dei morti, ma dei vivi» (Lc 20,38). Sollecitare messaggi dai morti per nostra sicurezza è non fidarsi della parola di Dio; è, cosa ancor più grave, fidarsi più di messaggi umani - posto che siano veri e reali - che del messaggio del Dio della vita.
Emergere del mondo virtuale
15. A dare ulteriore parvenza di credibilità a tali movimenti è anche il progresso tecnologico, al quale le attuali forme di comunicazione con l'aldilà inclinano. Si tratta del ricorso a sofisticati mezzi tecnologici (registratore, computer, telefono, radio, televisione...) e a metodi particolari di contatto con i defunti come scrittura automatica, messaggi in codice, segnali vari.
L'uso di questi metodi dà solo l'illusione di comunicare. In realtà si comunica con se stessi, o meglio, con l'immagine del figlio o del defunto che è nel proprio inconscio. Bisogna comprendere e rispettare il dolore di chi si accosta a questi metodi, ma il cristiano deve trovare in Cristo il fondamento della sua speranza, la certezza della sua consolazione. Se Cristo, nostra speranza, non basta, si finisce per cadere in movimenti che acquistano i contorni di una setta derivata dal cristianesimo ma che si pone fuori dal cristianesimo. Inoltre il cristiano, come del resto ogni uomo di buon senso, non è esonerato dal dovere di un discernimento critico sui mezzi che pretendono di evocare una comunicazione con i defunti.
16. Non è neanche da escludere, quando l'uso di questi metodi di comunicazione tramite i mass media è assunto in gruppi che si dicono dentro la Chiesa, che si istituisca una sorta di «chiesa virtuale», in analogia con il modello di utilizzazione dei mezzi di comunicazione diffuso negli Stati Uniti e nell'America Latina. Si configura così una sorta di «chiesa elettronica» o semplicemente virtuale, dove emittenti religiose, ricorrendo alle più raffinate tecniche pubblicitarie, costituiscono vere reti di comunicazione tra un pubblico di utenti-fedeli e la predicazione di un personaggio. Si calcolano a milioni gli americani che esprimono - con offerte e dichiarazioni di conversione - la loro adesione a una «chiesa» che in realtà è soltanto una emittente televisiva, una chiesa «virtuale».
Questa constatazione - visto il processo di globalizzazione degli stessi fenomeni religiosi, che non sembra risparmiare neanche il nostro paese - non deve certo portare al rifiuto sistematico del ricorso ai mezzi tecnici, ma deve piuttosto portare a riconoscerne i limiti. I canali privilegiati dell'evangelizzazione, della catechesi e di ogni altra comunicazione cristiana, rimangono quelli costituiti dall'incontro personale con la Parola di Dio e con la comunità credente. Questa comunità di fede non potrà mai ridursi a quella convocata attorno a una radio, a un televisore o a un libro.
Voci e messaggi dall'aldilà vengono ritenuti una vera e propria conferma delle verità di fede, quando in realtà non è da escludere un'interpretazione che ragionevolmente legge questi fenomeni come espressioni dell'inconscio. Anche il bisogno umanamente comprensibile di comunicare con un proprio congiunto, alimentando l'illusione di continuità fisica con il defunto, alla fine porta a una sorta di fuga dalla realtà della morte, che così viene ridotta quasi a morte solo apparente. Sono fenomeni che inclinano a una forzatura della tradizione cristiana, la quale, al contrario, promuove la comunione spirituale con i propri defunti nella preghiera reciproca, nella memoria degli esempi di vita che hanno lasciato, nella vigilante attesa della beata risurrezione. Diversamente la fede in Gesù Cristo e la speranza nella risurrezione, senza volerlo, vengono svuotate del loro vero significato.
Il fascino dell'Oriente
17. Molti dei nostri contemporanei, qui in Occidente, anche per i frequenti contatti con paesi come l'India e il Tibet, subiscono il fascino della visione orientale delle cose, e cercano nelle relative tecniche un balsamo per la propria anima sofferente. Nessuna meraviglia che nella spiritualità dei movimenti che propongono una qualche forma di comunicazione con l'aldilà, insieme con elementi tipici della spiritualità cristiana, si vengano a mescolare elementi estranei o addirittura contrari, come la dottrina della reincarnazione.
A volte si ha l'impressione di entrare in un grande mercato comune di credenze religiose, come un self-service, dove ognuno compie la sua scelta secondo ciò che gli conviene. Perfino alcuni cristiani sono in questo modo convinti che la dottrina della reincarnazione possa essere un felice complemento per la loro fede nella risurrezione.
Con la parola reincarnazione viene denominata una dottrina la quale sostiene che l'anima umana dopo la morte assuma un altro corpo, e in tal modo si incarni di nuovo. Nel modo di pensare di molti uomini del nostro tempo, questa vita terrena è percepita come troppo breve per poter porre in atto tutte le possibilità di un uomo o perché possano essere superate o corrette le mancanze commesse in essa. Diventerebbe così possibile rifarsi una vita.
18. Se così fosse però, nella pluralità delle vite, verrebbe meno la coscienza della serietà della vita presente e il senso di responsabilità personale. C'è da chiedersi anche come mai l'uomo vivente non ricordi niente degli eventuali vissuti precedenti. Alla base di questa teoria, che non ha nessuna controprova, c'è l'idea in fondo che l'uomo non sia in grado di decidere il suo destino con vera consapevolezza in questa esistenza.
Come si sarà notato, la reincarnazione non è un articolo venduto separatamente. Con la reincarnazione viene infatti avanzata una visione diversa di Dio, dell'uomo, della storia e della salvezza.
L'incompatibilità della dottrina della reincarnazione con la visione cristiana della vita presente è perciò evidente se la si confronta con il carattere personale dell'incontro dell'uomo con Dio e, quindi, della stessa risurrezione dei corpi. Cristo stesso è risorto, non si è reincarnato.
FORME E FIGURE DI ACCOMPAGNAMENTO
19. Il proliferare di questi movimenti mostra in modo evidente l'urgenza di quella «nuova evangelizzazione» di cui il santo padre si è fatto, in questi ultimi anni, testimone e portavoce instancabile. I movimenti di comunicazione con l'aldilà, le pratiche di evocazione dei defunti, la ricerca di messaggi consolatori dall'altro mondo sono il segno di un bisogno di significati e di risposte che la società odierna non sembra in grado di offrire, specialmente nel quadro di una crescente insicurezza e fragilità.
Si cerca, in altri termini, con questi movimenti, di compensare il vuoto esistenziale che caratterizza la precarietà del nostro tempo. Entro gli spazi di questo vuoto - che coinvolge anche i cristiani che non hanno maturato una fede adulta - si pone l'urgenza di un rinnovato annuncio, autentico ed entusiasmante, del vangelo e della grazia di Cristo. Quali dunque le attenzioni pastorali e i suggerimenti concreti che questa situazione sollecita alle nostre Chiese, ai fedeli, ai sacerdoti e al magistero dei vescovi?
Evangelizzare
20. Occorrerà prima di tutto evangelizzare il senso cristiano della morte, della risurrezione, della comunione spirituale con i defunti, non dando per assicurate le verità che fondano e compongono l'insieme dei contenuti della speranza cristiana. Si tratta di aiutare i cristiani a riporre la loro speranza in Cristo e non in improbabili messaggi dall'aldilà.
Sono da valorizzare innanzitutto le forme della pastorale ordinaria - predicazione, catechesi, celebrazioni di messe per i defunti - capaci, se adeguatamente illuminate dalla Parola di Dio e dalla tradizione spirituale della Chiesa, di offrire come vivo e attuale il messaggio cristiano sull' aldilà e sul nostro rapporto con i defunti che ne consegue. Non basta dimostrare la solidarietà con i familiari in lutto.
21. Occasione privilegiata per annunciare il vangelo della speranza cristiana è ancora la celebrazione della liturgia funebre, che tradizionalmente raccoglie familiari, parenti, amici della persona defunta, anche se non tutti assidui praticanti. Alcuni mettono piede in chiesa solo in questa occasione, altri vi ritornano dopo un lungo periodo di assenza, toccati dall'esperienza della morte. Normalmente queste circostanze, dispongono favorevolmente ad accogliere il messaggio cristiano, e sarebbe davvero un'occasione persa se la liturgia funebre non diventasse una scuola di fede.
Troppe volte anche la catechesi, adeguandosi alla tendenza dell'attuale società che considera tabù o cattivo gusto parlare della morte, contrae o addirittura lascia cadere tra i suoi argomenti quello della morte, della vita eterna, della risurrezione.
22. Nucleo centrale della predicazione è veramente il primato della risurrezione di Cristo. Come insegna S. Paolo, «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione, ed è vana anche la nostra fede» (cf. I Cor 15,14). La centralità della risurrezione di Gesù rivela che questa è la Parola ultima e definitiva di Dio all'uomo, e che è parola di vita, non di morte. Non possiamo dimenticare, poi, che la predicazione, attuata nella celebrazione eucaristica, non si limita ad annunciare, ma insieme dà la possibilità di parteciparvi. Chi crede, prende parte a ciò che è avvenuto nella Pasqua del Signore.
La verità della risurrezione chiede dunque l'atto di fede. E Gesù Risorto stesso che lo richiama all'apostolo Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno» (Gv 20,29). Come agli altri apostoli, alle donne e ai primi discepoli, anche a Tommaso, Gesù Risorto non ha mancato di farsi oggetto di visione, in quanto chiamato a essere testimone oculare della Pasqua del Signore. Ma, prospettando la natura della fede di coloro che avrebbero creduto alla testimonianza apostolica, Gesù tesse l'elogio della fede nel Risorto senza necessariamente pretenderne il segno.
Vigilare
23. L'invito a vigilare è frequente nel Vangelo e in tutta la Sacra Scrittura. Vigilare anzitutto contro le insidie di Satana, che può servirsi anche del dolore e dello smarrimento per la morte improvvisa o violenta di persone care, per far deviare dalla fede. È sempre attuale l'esortazione dell'apostolo Pietro: «Vigilate: il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (l Pt 5,8). È opportuno quindi che in qualche momento dell'evangelizzazione, con discrezione, i fedeli vengano messi in guardia dall'insidia che viene tesa alla loro fede da parte di movimenti che offrono una speranza non fondata sulla Parola di Dio, ma su esperienze e tecniche umane.
Vigilare, perché non sappiamo né il giorno né l'ora in cui il Signore busserà per invitarci a «passare all'altra riva» (cf. Mc 4,35). Per stimolarci a questa vigilanza, Gesù non ha esitato a paragonarsi al ladro che entra in casa all'insaputa del padrone: «Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà» (Mt 24,43-44). Dietro ogni morte improvvisa c'è un forte richiamo a stare pronti «con la cintura ai fianchi e le lucerne accese» (Lc 12,35).
Vigilare per cogliere il messaggio che giunge da una morte violenta. A chi gli recò la notizia di una morte violenta, anzi di una strage (una sommossa di Galilei soffocata nel sangue dal governatore romano), il commento di Gesù fu: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13,2-3). La morte violenta riprende e ripete con il sangue, più che con le parole il messaggio con cui Gesù ha aperto la missione: «Convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15). Se ci aiuta a convertirci, a cambiare mentalità, a prendere più sul serio il vangelo, per affermare nel mondo il valore della vita e la forza dell'amore, anche la morte violenta acquista un senso, perché entra nel progetto di Dio, sempre però rispettoso della libertà umana.
24. Vigilare e pregare. È l'invito che Gesù ha rivolto con insistenza ai suoi nell'affrontare la morte, l'ultima sera della vita: «Vegliate e pregate» (Mt 26,41). Vegliare è l'atteggiamento che tutta la comunità cristiana rivive la notte di Pasqua, pregando e meditando, in attesa della beata risurrezione del suo Signore. Raccogliersi nell'abitazione del defunto, con i familiari, gli amici e i vicini di casa, e vegliare pregando, cantando, meditando la Parola di Dio è genuina tradizione cristiana. Con un'attenta scelta di letture bibliche, la Parola di Dio ascoltata e pregata, è particolarmente indicata per aprire gli animi alle grandi verità della fede: essa proclama la vittoria di Cristo sulla morte, infonde la speranza di ricongiungersi con i propri cari nel regno di Dio, ravviva la pietà verso i defunti, fa emergere l'esigenza di una vita maggiormente improntata al vangelo.
È raccomandabile, nei casi di morte improvvisa o violenta, che questa tradizione si sviluppi in più incontri, anche in forma comunitaria: visite periodiche alle famiglie, gruppi di ascolto e di preghiera, ritiri spirituali espressamente dedicati alla conversazione e alla consolazione con le persone in difficoltà.
Accompagnare
25. Particolarmente difficili, per le persone colpite da grave lutto, i giorni e i mesi che seguono immediatamente dopo il funerale: sono i momenti dello sconforto, del dubbio, della solitudine, nell'attesa di un qualche improbabile segno. Particolarmente i quei momenti occorre farsi vicini, accompagnare le persone nella loro sofferenza. È quindi urgente, nelle nostre comunità, la presenza di un nuovo ministero: il ministero della consolazione.
Dovrebbe costituirsi, sotto l'azione dello Spirito, un gruppo di persone, dotate di una particolare sensibilità umana e spirituale - meglio riscontrabile in chi è già provato da qualche esperienza dolorosa - con la missione di mettersi accanto a chi è stato colpito da un grave lutto familiare, per aiutarlo a vivere, alla luce della fede e con il coraggio della speranza, il momento della prova. I tempi e le modalità della missione debbono essere studiati in base alle persone colpite dal lutto, la loro situazione familiare, il loro livello di fede, le concrete circostanze in cui si sono svolti i fatti. Alcune proposte a titolo indicativo:
non solo visitare le persone colpite dal lutto, ma accompagnarle; mettersi loro accanto, con la massima discrezione, ma con il coraggio che viene dallo Spirito, per far loro sentire il conforto della fede e la solidarietà della comunità cristiana;
§ preparare e proporre incontri di fede e di preghiera comunitaria (veglie di preghiera, gruppi di ascolto, ritiri spirituali espressamente dedicati alla consolazione delle persone in difficoltà...), in cui si arrivi a vivere la comunione dei santi, nel senso più profondo della parola, e a far vibrare la fede nella risurrezione di Cristo;
§ far confluire la morte della persona cara nella «corrente della carità», in modo che la persona improvvisamente deceduta o violentemente rapita, continui a vivere in iniziative o opere (caritative, culturali, sociali, ricreative...) che portano il suo nome e che la rendono quindi presente in mezzo a noi con la forza della carità;
§ valorizzare le persone colpite da grave lutto, invitandole a mettere a servizio della comunità la loro esperienza, per aiutare chi si è trovato a vivere la stessa sofferenza, o anche solo a sensibilizzare la comunità e le famiglie al problema del dolore, della malattia e della morte.
CONCLUSIONE
26. Nella lettera apostolica Salvifici doloris sul senso della sofferenza cristiana, Giovanni Paolo II ha indicato come modello, per chi e chiamato a esercitare il ministero della consolazione, il buon samaritano. «Buon samaritano è ogni uomo che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque essa sia. Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità. Questa è come l'aprirsi di una certa disposizione del cuore, che ha anche un'espressione emotiva. Buon samaritano è ogni uomo sensibile alla sofferenza altrui, l'uomo che si «commuove» per la disgrazia del prossimo...
Tuttavia il buon samaritano della parabola di Cristo non si ferma alla sola commozione e compassione. Queste diventano per lui uno stimolo alle azioni che mirano a portare aiuto nella sofferenza, di qualsiasi natura essa sia. Aiuto, in quanto possibile, efficace. In esso egli mette il suo cuore, ma non risparmia neanche i mezzi materiali. Si può dire che dà se stesso, il suo proprio «io», aprendo il suo io all'altro... Buon samaritano è l'uomo capace di tale dono di sé» (Salvifici doloris 28: EV 9/677-678).
Bologna, 23 aprile 2000 Pasqua di risurrezione
Gli arcivescovi e i vescovi dell'Emilia Romagna
Padre François-Marie Dermine: LO SPIRITISMO
Padre François Dermine GRIS Quando i morti parlano dal registratore…
Articolo pubblicato su Nuovo Dialogo – 18/10/2008Autori: Marina Luzzi – Don Marco Gerardo
(cliccare sull'immagine per ingrandire)
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