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«Grande fermezza per l'errore, grande amore per l'errante» (Papa Giovanni XXIII)

«Grande fermezza per l'errore, grande amore per l'errante»         (Papa Giovanni XXIII)

02 marzo 2011

CORSO - ESORCISMO E PREGHIERA DI LIBERAZIONE







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Lezione Inaugurale 28 Marzo 2011



S.E. Mons. Luigi Negri
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Fonte: http://www.diocesi-sanmarino-montefeltro.it/default.asp?id=431&id_n=1796

Ringrazio della fiducia che ancora una volta avete dimostrato dandomi l'opportunità di indicare una linea di comprensione sulla questione del male. Consentitemi di fare una premessa che contiene già la tesi di fondo di questo mio intervento: quella del male è una materia drammatica, per non dire tragica, dell'antropologia. Essa riguarda da vicino una conoscenza adeguata dell'identità umana e la possibilità di realizzarla pienamente. Concerne in sostanza la ragionevole convenienza della fede per fondare una corretta antropologia. Giovanni Paolo II ci ha insegnato che l'alternativa del cattolicesimo consiste proprio in questo, nel fatto cioè di essere l'unica in grado di penetrare nel profondo la complessità dell'esperienza umana.

L'aspetto che tratteremo stamane è uno dei più drammatici: l’esistenza del demonio e il suo influsso. Per occuparci di ciò non potremo non verificare l'dea globale del cristianesimo, dato che se non si ha una comprensione adeguata del male e dell'uomo, e della sua insufficienza a conoscere se stesso, non si capisce la redenzione. Il mio grande e indimenticato maestro di teologia dogmatica al seminario di Venegono, monsignor Giuseppe Colombo, diceva che non si capisce la redenzione se non si legge nelle vicende umane dei singoli e dei gruppi il sistematico tentativo di scrivere una storia contro Dio. Pensate alle ideologie, ai sistemi totalitari, alle derive di carattere morale come quella che stiamo vivendo: se non ci si rende conto che nel mondo è in azione un anti-Dio che, pur nella minorità di potere, cerca di condizionare la vita degli uomini, anche la redenzione diventa incomprensibile. Dirò di più: se, come molti ecclesiastici pensano, il problema del male, in tutti i suoi aspetti, è semplicemente una patologia di carattere fisico o psicologico su cui presto o tardi la scienza medicale avrà ragione, non si vede che senso possa avere l'incarnazione. Se il male diventa un’espressione della patologia o della devianza, ovvero di una realtà che l’uomo può dominare attraverso la scienza e la tecnica, scompare la necessarietà della redenzione, il bisogno di restituire l'uomo all'uomo vero per mezzo della grazia.

Ma a quali condizioni salviamo la coscienza esatta della fede? Chi nella Chiesa ha la responsabilità di avventurarsi in un terreno tanto difficile, qual è quello di cui stiamo discutendo, di entrare in contatto con problematiche devastanti, ha certamente una responsabilità specifica in cui tuttavia si gioca la verità della fede e la sua comprensione.

Vengo dunque ad una prima osservazione richiamando quel brano del discorso di Regensburg che il Papa ha dedicato al domandare greco: la ricerca di un'antropologia adeguata è il contenuto e l’obiettivo di ogni riflessione filosofica e, potremmo dire, di ogni impresa razionale. E' il contenuto e l'obiettivo della ragione laddove essa non viene usata nella ristretta modalità tecnico-scientifica, bensì come apertura al problema del senso ultimo della vita che porta necessariamente con sé (vedi san Tommaso). E' il problema della piena realizzazione della propria umanità, cioè della felicità. Paradossalmente anche il male, nella varietà delle sue manifestazioni (fisica, morale ed etica) viene a rappresentare la grande questione del pensiero razionale di ogni tempo. Questo perché nella sua natura profonda dice la fine dell'essere, il prevalere del nulla. Se per la metafisica greca l'eternità è una dimensione dell'essere in quanto tale, dall'esperienza del male invece proviene il cedimento, il venir meno a qualsiasi livello, che sia esso fisico o morale. Il nulla acquisisce lo stesso valore dell'essere e, anzi, può arrivare a distruggerlo. Da ciò discende la grande contraddizione metafisica e antropologica. La domanda che ci si pone allora è la seguente: da dove scaturisce questo male? Dietro di esso non si nasconde per caso una volontà di ingiustizia? Orbene, tutta la riflessione di Platone, dei neoplatonici e, sopratutto, dei tragici greci ha accettato il male come qualcosa di inspiegabile. Tant'è che la soluzione avviata dalla filosofia classica e ripresa nel corso dei secoli si è dimostrata peggiore del problema stesso (secondo una prospettiva manichea ha sovrapposto il male all'essere teorizzando una lotta tra Dio e anti-Dio che poi, sul piano antropologico, ha visto contrapporsi lo spirito e la materia).

E' chiaro che affermare che la soluzione del problema del male sta nella sua identificazione come principio opposto all’essere, anziché aiutare ad individuare una soluzione, determina l'impossibilità a trovarne una. Dal punto di vista dell’uomo (in realtà autore e vittima del male), dato che l'universo e la storia si caratterizzano per questa contrapposizione meccanica fra l’essere e il nulla, si finisce per depauperarlo della sua capacità di libertà. Poiché il male avviene per la presenza del nulla, la responsabilità dell'uomo non esiste. Oltretutto senza una volontà esplicita, il male, la sofferenza ingiusta e le pene che la classicità fa seguire ad alcune grandi dinastie di peccatori, rafforzano la contrapposizione essere/ nulla sfociando nella mitologia. Nell'antropologia classica c'è insomma un tentativo di andare oltre il male e di affermare l'assolutezza dell'essere. Ciononostante è di ostacolo l'impossibilità di capire gli esatti termini della questione.

Ho evocato l'antropologia di carattere religioso trascendentale, a cui spesso ha fatto riferimento Giovanni Paolo II, per introdurre una seconda osservazione ben più pertinente e attuale: noi viviamo alle spalle di una modernità che ha inteso il male, in tutte le sue forme, semplicemente come un oggetto conoscibile e manipolabile e, quindi, definitivamente superabile attraverso la tecnica o la scienza. Il male dell'uomo viene ad essere così (in particolare nella visione delle ideologie) il male sociale. Sparisce il suo carattere misterioso ed enigmatico: esso è una parte dell’esperienza dell’uomo e della storia che può essere conosciuta e razionalizzata. Semmai il problema vero, dopo un lungo lavoro di studio e manipolazione, è il tempo che occorre per vincerlo. Dio non c'entra, è l'uomo a realizzare questa vittoria. C'è già qui la giustificazione dell'ateismo moderno e contemporaneo: se l'uomo riesce a salvarsi con le sue mani allora è inutile la salvezza, tanto più se non proviene dall'esperienza storica umana. Da questo punto di vista le osservazioni e l'insegnamento di padre Henri de Lubac, contenute ne “Il dramma dell’umanesimo ateo”, costituiscono una serie di grande attualità.

Se il male è oggetto di conoscenza e di manipolazione, scompare la necessità dell'incarnazione di Dio per la salvezza dell’uomo. Se la salvezza è completamente compresa nell’ambito delle capacità scientifiche e tecnologiche, il male ha una portata particolare che può essere risolta. Per secoli abbiamo vissuto di queste illusioni e delusioni. Abbiamo creduto che le ideologie totalitarie avrebbero estirpato il problema del male sociale consentendo la nascita di una civiltà a misura d'uomo, non più ingrettita e patologizzata dall'esperienza religiosa. E affinché l'uomo potesse conquistare in toto le sue presunte forze è stato necessario rimuovere la dimensione religiosa a partire dalla storia dell'occidente e dalla tradizione cristiana.

Sul piano pastorale questo va tenuto ben presente perché ci troviamo di fronte a fasce sempre più ampie di delusi. Il disincanto è intellettuale: le ideologie non hanno spiegato nulla. Pratico: le suggestioni offerte di realizzare la propria umanità si sono rivelate inconsistenti e contraddittorie.

Eccoci dunque alla terza osservazione, che ci fa entrare in quello che noi chiamiamo realismo antropologico e che san Tommaso definiva il realismo del pensare cristiano. L’interlocutore di Dio non è, in prima battuta, né la materia, né la storia e nemmeno l’universo. E' l’uomo nella sua assoluta responsabilità dinnanzi a Dio, che lo crea e lo redime. Il primo errore da superare è allora l’idea che la potenza del Signore sia minacciata dalla materia e dai cicli della storia. Non è così: Dio crea la libertà umana di agire nello spazio e nel tempo. E nel momento in cui l'uomo ne prende coscienza, la responsabilità verso Dio, verso se stesso, verso la propria coscienza, verso la storie e la società si lega alla sua libertà. Questa è l’ontologia fondamentale della creazione e della redenzione in cui si apre e continua il dialogo fra Dio e l'uomo e nel quale si caratterizza la storia personale e sociale. Da un lato c'è la misericordia di Dio e dall'altro la libertà umana di affermare o negare. Fra questi due capi matura il dialogo. E la negazione di uno, nel nostro caso di Dio, fa crescere una storia anti-Dio che è l'equivalente di una libertà male esercitata o – direbbe sant'Agostino - di un “Amor sui usque ad contemptum Dei” (un amore di se stessi fino al disprezzo e alla negazione di Dio) opposto all' “Amor Dei usque ad contemptum sui”.Questi sono anche i due principi delle due città (civitas diaboli/civitas Dei) che fanno oscillare il cuore dell'uomo fra l'affermazione e la negazione di Dio.

Noi sappiamo tuttavia che il potere di Dio è assoluto, non può essere negato e ha vinto totalmente il male dell'uomo e del mondo. Persino la sua negazione testimonia la libertà concessa da Dio ed è frutto di una libertà male utilizzata. A tale risultato possono concorrere i condizionamenti della società e degli altri uomini, mai la volontà di Dio. Va detto oltretutto che la possibilità di negare di Dio non è prerogativa degli uomini. Piuttosto è in loro potere la costruzione di una società contraria a Dio. Gli uomini possono semmai scrivere una storia capace di imporsi attraverso l'illusione: quella che ancora sant'Agostino chiamava la “fascinatio nugacitatis”, il fascino del nulla. A tal proposito Giovanni Paolo II ha usato una formula radicale: c’è una cultura della vita, della positività, dell’essere, del bene, della pienezza, dell’umanità che ci è donata in Gesù Cristo e che può essere assecondata da ciascuno di noi nell’appartenenza al suo Mistero e alla sua Chiesa. E c’è la cultura della morte, di una umanità che si concepisce contro Dio e che dà luogo ad un nulla che sembra assumere la stessa consistenza dell'essere.

Anche qui la proporzione tra i due poli è chiarita dal realismo ontologico: Dio è assoluto, è al di sopra di tutto, è trascendente e non c'è niente che possa condizionarlo. Nessun potere, nessun progetto di distruzione, nessun male per quanto assoluto. Metafisicamente non c’è che Dio e tutto ciò che c’è oltre Dio è significativamente connesso a Lui, perché da Lui voluto e da Lui distinto. Inclusa ovviamente la realtà che è l'essere dell'uomo nella sua libertà di affermare o negare Dio senza peraltro poter aggiungere nulla alla sua divinità. Gustavo Bontadini, mio grande maestro di metafisica, ci usava questo schema: Dio + mondo = Dio; Dio – mondo = Dio.

La riflessione teologica, filosofica, il magistero ecclesiastico, ma direi tutta la grande arte e la grande letteratura, hanno saputo accostare il problema del male all'esercizio malato della libertà. Penso ad un autore come Dostoevskij e alla rilettura che ne ha dato Henri de Lubac ne “Il dramma dell’umanesimo ateo”. Il male certamente è un problema umano, ma non è soltanto questo. Dall'osservazione della vicenda storica e della coscienza della Chiesa, prende posto inoltre la considerazione che c’è una libertà (creata) infinitamente superiore alla libertà umana: quella angelica, caratterizzata anch’essa, per sua natura, dalla possibilità dell’affermazione e della negazione di Dio (prova ne sia l'imponente e devastante ribellione che ha conosciuto). Ma c'è dell'altro: la volontà di opporsi a Dio è un'esperienza storica che prosegue al di là della creazione e della redenzione. La libertà di coloro che si sono ribellati, infatti, non è stata annullata. Più precisamente è stata giudicata e sarà giudicata alla fine dei tempi. Resta quindi quel che ho affermato sopra, e cioè che nello spazio della vita dell'esperienza deve essere considerata la presenza di una libertà deviata e antiteistica che agisce nel mondo tentando di impedire la fede dei cristiani. E' in altre parole l'influsso del demonio, chiarissimamente mostrato dalla riflessione teologica e dal libro di Giobbe, che tende a scardinare la fede e a renderla, se non impossibile, faticosa. Più specificatamente è quella compresenza di libertà diabolica e umana che determina la struttura del peccato originale.

C’è in effetti una volontà di negazione che si è espressa storicamente nei primi uomini e che ha coinvolto non soltanto la loro storia personale, ma, essendo essi i capostipiti di una natura, l'umanità intera e di ogni epoca. Tale rifiuto trova dunque la sua giusta connotazione nel dialogo fra la libertà del demonio e la libertà di Adamo ed Eva. Nel senso che è la libertà diabolica a convincere i progenitori proponendo un'immagine antropologica alternativa: disobbedite e sarete come dei...non è vero che è la comunione la grande strada della realizzazione dell'uomo o l'obbedienza e la corrispondenza tra Dio e l'uomo nel paradiso terrestre...è vero il contrario, che Dio è geloso di voi...nel momento in cui metterete in crisi il potere di Dio nei vostri confronti (ecco il peccato!) ritroverete pienamente la vostra identità.

In fondo questa è la prima comparsa di un'antropologia senza Dio, cioè contro di Lui. Quasi duemila anni dopo e in maniera sorprendente, l’allora cardinal Wojtyla, predicando gli esercizi a Paolo VI e alla curia romana (siamo nel 1976), osava affermare con un certo coraggio che il peccato originale è la forma della mentalità moderna: io esisto non con Dio o sotto Dio, ma contro Dio. In queste parole racchiudeva il cuore, la forma e la cultura di una civiltà. Per creare questo sistema ateistico si sono profusi tesori di intelligenze, di sensibilità, di riflessione e di pratica politica. Lo ritroviamo nel testo “Segno di contraddizione” che raccoglie le prediche di Giovanni Paolo II: le conseguenze del peccato originale hanno ridotto la capacità di intelligenza e di amore e, al tempo stesso, hanno condizionato la libertà con la suggestione del male celato dietro molteplici forme, volte in ogni caso a sostituire gli umani affari a Dio. C'è in questa constatazione molto realismo antropologico: l’uomo di fronte a Dio è per sua natura, intelligenza e affezione, chiamato al vero, al giusto e al bello. Interviene tuttavia il condizionamento storico che guida ad un esercizio sbagliato della libertà. Ciò si verifica oltre la redenzione e oltre il mistero della morte e resurrezione del Signore. Le conseguenze del peccato originale rifioriscono infatti nell'inclinazione perniciosa dell'uomo al male per poi risolversi nelle negazioni particolari.

Il fatto è che l’uomo vive circondato da una centrale super-umana del male, la diabolicità, la tentazione permanente di ribellarsi a Dio. Non direttamente contro di Lui (che ha vinto il male), ma attraverso il condizionamento della libertà umana. Ecco perché il demonio c’entra con l'uomo. Perché vuole rendergli impossibile la fede e vuole staccare il cuore della società e, prima ancora, il cuore della Chiesa (dove pare stia avendo molto successo!) dalla fede.

Sono convinto d'altro canto che il limite più grave di tutta questa serie di riflessioni dipenda dal prevalere del fantastico. Il limite non viene dal tentativo di fare una cosmologia diabolica introduttiva di considerazioni para-filosofiche e para-religiose. No. Il vero limite discende dal fatto che il demonio è un problema ontologico e antropologico e perciò di comprensione della storia. La drammatica correlazione tra “zizzania” e “grano buono”, così opportunamente rappresentata nelle parole di Cristo, dice esattamente questo: non è possibile comprendere l'uomo e la sua storia solo seguendo la linea dell'ottimismo. E non è possibile nemmeno seguendo esclusivamente quella del pessimismo.

Purtroppo però dobbiamo riconoscere che nella modernità, che oramai ha chiuso la sua infelicissima esperienza, si sono sintetizzate due antropologie altrettanto irrealistiche: l’antropologia del pessimismo radicale protestantico, nel quale l’uomo, costretto nella maggior parte dei casi a vivere una situazione irredimibile, verrebbe salvato da un intervento del tutto arbitrario di Dio. E l'antropologia pelagiana (la modernità ne è l'espressione compiuta), in cui l'uomo basta a stesso e, grazie alla sua volontà, alla sua scienza, alla sua tecnica realizza pienamente la propria umanità nella storia e nella società.

Tale ragionamento ci porta alla quarta osservazione: il filone della verità dell'esperienza si incardina nel dialogo ininterrotto fra Dio e il cuore dell'uomo, nel dialogo che ha il volto dell'affermazione positiva, perciò il volto dell'amore. Ciò non toglie tuttavia che in momenti e situazioni differenti il medesimo dialogo, nella medesima persona, possa assumere i toni della negazione, con la debole consolazione che questo non dipende anche dall'uomo. “Video bona proboque, deteriora sequor” diceva Ovidio, “vedo il bene e l'approvo ma seguo il male”. Esiste dunque una realtà drammatica che si può approfondire non soltanto a partire dall'esperienza singolare e associata dell'uomo, ma anche guardando la sovversione dell'ordine di Dio, che Dio stesso consente (la libertà di chi si è ribellato non può essere artificiosamente annullata) pur avendola sconfitta.

Il male dell'uomo si collega quindi al tentativo del demonio di condizionarlo al punto di scardinare pesantemente il suo equilibrio psicofisico, morale e sociale, affinché realizzi una vita senza Dio. In breve il demonio è all'origine di tutto il male che esiste. Se non si ha contezza di questo, senza implicare nell'analisi quella che io ho definito come “una centrale super-umana del male” e di cui sant'Agostino ha espresso la fisionomia, non è possibile cogliere il male fin nelle sue minime pieghe. L’uomo è alle prese con Dio ed è alle prese con il demonio. Il tentativo amplissimo, radicale e astutissimo che quest'ultimo fa, di per sé descrive perfettamente la debolezza dell'uomo sul piano psicologico, sul piano affettivo, teorico e sociale. L’incapacità dell’amicizia, la tensione alla violenza (scambiata per soluzione dei problemi personali) e tutto l'enorme malessere che si avverte, è certamente provocato dall'azione del demonio. Egli è intento a disturbare il rapporto dell'uomo con Dio fino al punto di arrivare a quella che la Chiesa chiama possessione.

Distruggere l’uomo per distruggere la fede, per demolire l’esperienza dell’incontro con Dio. Non più con l'illusione del potere e di tutto ciò che si trascina dietro, così come accadde al Signore Gesù all'inizio della sua vita pubblica. Non più con la bellezza. Ma con la bruttezza, con la tristezza e il nulla. Queste sono la finalità e le sembianze della possessione e dell'attacco scagliato contro la persona. D'altra parte si tratta di un'azione articolatissima che non si esaurisce nella possessione. E' altrettanto vero però che non c'è niente prima di essa, a dimostrazione che il demonio sa essere graduale, di un'intelligenza luciferina, giungendo alla possessione attraverso piccoli passi, attraverso le le piccole debolezze e le illusioni. Ma proprio qui sta il potere di Cristo: il Signore ha avuto una straordinaria exusia sui demoni. Tanto che questa dominazione, manifestatasi nei miracoli e nelle parole, è divenuta uno dei segni fondamentali della rivelazione della sua divinità .

Ad ogni modo non è soltanto sul singolo che si esercita il potere del demonio ma anche sulla società. La setta per l'appunto è il demonio che instaura una solidarietà patologica, immorale e negativa ben al di là della persona e che addirittura la imprigiona e non le da via d'uscita a parte la morte. Non si possono accettare opinioni contrastanti su questo. Pena una mancanza di fedeltà alla propria identità che sarebbe rovinosa. Dove non ci sono più esorcisti, dove lo spazio del male viene considerato un racconto mitologico, lì la Chiesa tradisce se stessa. Al contrario il vero potere della Chiesa si chiama carità: occorre condividere le fatiche di questi fratelli e di questi gruppi fino al massimo grado che è l'esorcismo. Ma ditemi, voi pensate che nell'esperienza normale della vita della Chiesa questa carità che è il cuore di Dio che vibra nel mondo venga concepita come come un potere? Non è affatto così. Anzi, nella migliore delle ipotesi diventa il succedaneo religioso della solidarietà umana. Un atteggiamento del genere sembra negare che la potenza di Dio passi attraverso la carità e quindi attraverso la volontà (del sacerdote o della comunità) di condividere la vita dei fratelli nella chiarezza del giudizio. E' bene ricordare invece che tutto ciò non è delegabile a nessuno. Nessuno, nemmeno lo psicanalista sostituisce la carità. Nei problemi famigliari, di coppia, nelle difficoltà tra genitori e figli (ma gli esempi possono essere tanti) sarebbe inconcepibile anche solo pensarlo.

Ho cercato e cercherò di individuare la radice del male e la sua estesissima fenomenologia. Proseguirò in questa direzione semplicemente annotando come dieci anni fa nessuno avrebbe potuto immaginare che le sette diaboliche nel nostro paese sarebbero proliferate. Nessuno, nella piccola diocesi di San Marino-Montefeltro, avrebbe potuto prevedere la deturpazione della cripta del Duomo (appena restaurata) che custodisce le reliquie di San Leo, accompagnata oltretutto da frasi diaboliche. E nessuno avrebbe pensato che la cultura del maligno si sarebbe efficacemente fusa con la mentalità progressista di tipo massonico, fondata in massima parte sul business del divertimento. Eppure è successo, ma che cosa facciamo di fronte all'irrompere del male? Indichiamo qualche terapia di carattere psicoanalitico. Oppure, quando gli eventi assumono proporzioni incontenibili, non senza resistenze, ci affidiamo all'esorcista. I due metodi di agire a ben guardare sono molto simili: in entrambi i casi si cerca una soluzione tecnica al problema. La Chiesa che accompagna un suo figlio in realtà dovrebbe attingere alla carità, non alla tecnica. Benedetto XVI lo chiarisce nel suo ultimo libro Gesù di Nazareth: il potere di Dio sul mondo è la carità. Senza di essa non si incontra il Signore e non si compie nella Chiesa la generazione e rigenerazione degli uomini attraverso i sacramenti, la predicazione e l'educazione. E così, non potendo contare su di noi e sul nostro abbraccio, il popolo rimane abbandonato a se stesso cercando conforto altrove, nel demonio.

E' qui, credo, che si fa avanti una novità teologica e pastorale: il potere di Cristo è nella Chiesa e la Chiesa lo deve percorrere fino in fondo, fino all'esorcismo. Tanto più in un mondo come quello in cui viviamo che esige questa carità. Talvolta non servono nemmeno strutture visibili: per farsi carico delle situazioni personali può essere sufficiente un dialogo con coloro che sono direttamente coinvolti.

Semplificando, il realismo antropologico isola dunque il tema di fondo: la responsabilità del male non è tutta dell'uomo. Buona parte infatti è del demonio. Non può esistere una responsabilità diabolica che scagioni l'uomo, tuttavia va riconosciuto che l'opera del demonio è terribilmente più coerente. Possiamo affermare allora che c'è una convergenza di responsabilità diseguali. Questo quadro esige una cosa sola: una autentica missione della Chiesa, non soggetta a riduzioni, decurtazioni o deleghe. Esige una missione in grado di resistere alla mentalità tecnico-scientifica diffusa per cui il male rientra nella patologia e perciò va manipolato e superato.

L’ultima osservazione riguarda il potere della Chiesa (carità) e il potere del demonio (male). Riferendosi al primo termine di confronto, Benedetto XVI, nella Deus caritas est, ha scritto che tale potere implica un giudizio, perché senza verità non c'è carità (vero volto di Cristo), ma solamente emotivismo. Venendo invece al male possiamo dire che quello che è palese oggi poteva non esserlo 50 anni fa: la possessione del demonio investe certo la singola persona. Come già sottolineato può però intaccare anche la mentalità e la cultura dominante di una società. Non c'è migliore esempio della modernità che si radica sul principio diabolico dell'autosufficienza dell'uomo e su questa base costruisce la propria morale. A rileggere la cultura laica moderna sotto questa luce vi accorgereste delle corrispondenze che ci sono con il maligno: autosufficienza dell'uomo, validità della violenza come deterrente dei problemi sociali, giustificazione dell'omicidio (in qualche caso strumento della realizzazione di un bene comune), perseguimento del progetto rivoluzionario anche a costo della soppressione di vite umane, manipolazione delle masse e identificazione con il potere giusto. Unico comune denominatore, condiviso a tutte le latitudini, è il circuito mass-mediatico che ha la forza di propagare ovunque i capisaldi del male.

Operata questa macro-divisione dobbiamo approfondire nuovamente la possessione. Sono statisticamente pochi i posseduti. Le dimensioni del fenomeno tuttavia crescono se si prende in esame la mentalità demoniaca. Qualche anno fa, celebrando messa per la festa di san Vicinio (grande taumaturgo ed esorcista, nonché primo vescovo di Sarsina) sollevai grande stupore nel pronunciare un concetto simile: si può andare in Chiesa tutte le domeniche e fare la comunione – dissi – ma poi ragionare secondo le regole del demonio.

In fin dei conti non ho fatto altro che riproporre la grande sfida lanciata da Giovanni Paolo II di una nuova evangelizzazione. Non serve a nessuno un generico messaggio, ma bisogna ristabilire uno sguardo alla bellezza di un popolo che mangia e beve, veglia e dorme non più per se stesso ma per Colui che è morto è risorto per noi. Uno sguardo che sappia giudicare le vicende umane. Sfugge forse a qualcuno che la distruzione della famiglia, il disprezzo della vita, l'accettazione della manipolazione genetica, dell'eutanasia o il rifiuto della paternità/maternità (secondo una statistica nove ragazzi su dieci considerano un pericolo la nascita di un bambino, numeri che nemmeno l'Hiv è riuscita a dare!) sia uno degli obiettivi che il demonio ha perseguito con successo? Suppongo di no e pertanto penso che alla Chiesa spetti la responsabilità di farsi carico degli uomini per mezzo della carità. A tal fine è fondamentale non sottovalutare tutte le implicazioni culturali che l'azione del male porta con sé. La Chiesa su questo fronte deve intraprendere una battaglia decisa, affinché al nulla e al male si oppongano l'essere e la vita.

Un grande amico, mio e di Benedetto XVI, il filosofo tedesco Robert Spemann, una volta a margine di un convegno mi confidò queste parole: “voi sacerdoti avete una grande responsabilità. Quella di far capire agli uomini e soprattutto ai giovani del vostro tempo che il sentiero della vita non è un sentiero polveroso che va verso il nulla, ma è un sentiero pieno di vibrante entusiasmo che va verso Dio, e che Dio stesso ha attraversato per primo”.

Evitando enfatizzazioni e irenismi è bene dunque riconoscere il male che ho cercato di descrivere. E, contemporaneamente, scorgere la grande alternativa al demonio: il popolo cristiano che con sacrificio e letizia vive la sua esistenza. Non è l'ideologia di Dio contrapposta all'ideologia del demonio. E neanche una generica ideologia contrapposta alla morte. Nel corso della storia la Chiesa infatti non ha mai obiettato un pensiero positivo ad uno negativo, bensì una vita vera, una vita bella al nulla e al terrore. D'altronde è nella bellezza della quotidianità che va ricercato il Signore e – come affermava Gregorio di Nissa - “nulla è più bello di questo Cristo che è morto per noi”. Soprattutto, lasciatemelo dire, è nella bellezza testimoniata giorno per giorno dal popolo cristiano che si riflette la bellezza di Maria Santissima.




ZI11040109 - 01/04/2011

Permalink: http://www.zenit.org/article-26168?l=italian

Quando la fede nella Chiesa è debole, l'esorcismo perde efficacia

Intervista a padre François Dermine, presidente nazionale del GRIS

ROMA, venerdì, 1° aprile 2011 (ZENIT.org).- Un tempo gli esorcismi erano più immediati mentre oggi richiedono più tempo per essere efficaci. Secondo padre François Dermine, presidente nazionale del Gruppo di Ricerca e Informazione Religiosa (GRIS), una spiegazione può essere rintracciata nell'indebolimento della fede all’interno della Chiesa.

Italiano, ma di origine canadese, padre Dermine, priore del convento San Domenico di Bologna e professore di Teologia morale, è stato uno dei docenti del corso di esorcismo che si è svolto presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma, dal 28 marzo fino al primo aprile.

In questa intervista a ZENIT afferma che oggi sul demonio, per quanto riguarda le questioni teologiche, non si sa molto di più rispetto al passato, ma che è diventato più facile distinguere le patologie dai casi di possessione da parte del maligno. Una questione che chiama in ballo il discernimento dell’esorcista, che oltre a ricorrere alla preghiera deve avvalersi anche delle consulenze degli psichiatri.

Perché un corso sull'esorcismo?

Padre Dermine: Perché è un corso che serve a far conoscere meglio questo ministero ai sacerdoti ma anche all’ambito medico e psicologico. I destinatari non sono necessariamente dei futuri esorcisti anche perché non basta un corso per diventare esorcisti ma bisogna ricevere un mandato esplicito dal Vescovo. Si tratta di contribuire a riportare a galla un ministero che spesso è stato trascurato in Italia e nel mondo, quindi abbiamo voluto far conoscere la necessità e l’attualità di questo tipo di corso.

Questo è la sesta edizione del corso. Molti dei sacerdoti che vi partecipano hanno modo poi di approfondire la materia o rimane un qualcosa soltanto a livello conoscitivo?

Padre Dermine: Rimane, bisogna riconoscerlo, più a un livello teorico che pratico. Successivamente, alle persone che ottengono il permesso del Vescovo o ne fanno richiesta viene consigliato di avvicinare un esorcista di esperienza per potersi far istruire sull'esercizio concreto del ministero.

Oggi si sa di più sul demonio di quanto si sapeva nel Medioevo?

Padre Dermine: Da un punto di vista teologico non è che si sappia di più oggi di quanto si sapesse già nel Medioevo. Grandi dottori della Chiesa come Ssan Tommaso, san Buonaventura, sant’Agostino e anche tanti altri santi hanno parlato del demonio in modo molto approfondito e addirittura anche speculativo, filosofico oltre che teologico.

Possiamo, invece, sapere di più riguardo a certe malattie che in passato potevano essere considerate manifestazioni dell'azione diabolica ma che sono appunto soltanto delle malattie. Per esempio in passato l’epilessia veniva facilmente ricondotta a una forma di possessione diabolica e invece si tratta di una malattia da curare.

E come si distingue un caso di possessione, infestazione o manifestazione diabolica da una malattia?

Padre Dermine: Questa secondo me è una delle principali difficoltà dell'esorcista, che è chiamato a fare un discernimento che costituisce la parte centrale del ministero esorcistico. Perché ci sono delle persone che credono di essere in balia del demonio, e di essere perseguitate attraverso vessazioni, ossessioni o cose del genere. Allora bisogna capire se abbiamo a che fare o meno con persone che soffrono di allucinazioni o cose del genere. Lì bisogna parlare con loro e l’esorcista può fare anche ricorso ai medici, agli psichiatri. Per esempio quando ero esorcista nella mia diocesi, nella mia squadra c'erano tre sacerdoti - me compreso - e due psichiatri che interpellavo nei casi dubbi.

Il discernimento non sempre è immediato. Parlando con le persone o sulle persone, ci si accorge quasi subito se c’è qualche reazione, non necessariamente quelle reazioni spettacolari che potremmo immaginare nel caso delle possessioni, ma delle reazioni particolari come delle alternanze di caldo e di freddo, un inizio di svenimento oppure si mettono a eruttare e cose del genere. Il discernimento si fa anche con la preghiera. E' necessario ricordare che l’esorcismo è un'opera soprannaturale che ha come principale personaggio Dio.

Gesù stesso ha fatto degli esorcismi.

Padre Dermine: Del resto Giovanni Paolo II diceva che uno dei principali ministeri di Gesù fu quello dell’esorcismo. Quindi ne ha fatti e anche tanti. E nella Bibbia e nei Vangeli, non sempre risulta chiara la distinzione tra una guarigione e una liberazione. In uno dei passi si dice che una persona era malata e poi quando interviene Gesù si dice che era stata liberata o viceversa.

L’esorcismo viene di solito associato quasi esclusivamente alla possessione ma bisogna ricordarsi che l’esorcista molte volte ha a che fare non con i posseduti ma con persone che possono essere vittime di varie forme di persecuzioni diaboliche. Infestazioni di case dove si sentono dei rumori, dei mobili che si possono spostare o spaccare.

Poi ci possono essere i casi di possessione – quando le persone, per esempio, sentono delle voci dentro di sé –, che si manifestano quando si fa spiritismo. Chiaramente bisogna accertarsi che non si tratti di un caso di schizofrenia. Molte volte le reazioni non implicano fenomeni straordinari.

Poi la liberazione può avvenire anche attraverso un cammino spirituale: la persona deve cambiare vita, frequentare i sacramenti ecc.

La persona che ottiene il permesso dal Vescovo per esercitare questo ministero deve avere delle qualità particolari?

Padre Dermine: Nel diritto dell’esorcismo si parla anche di qualità morali, spirituali e in un certo senso culturali. Bisogna conoscere per esempio un minimo di psicologia.

Quali sono le cose pericolose per una persona normale?

Padre Dermine: Buona parte delle persone che si rivolgono all’esorcista lo fanno a seguito di una pratica diretta, volontaria dell’occultismo, di varie forme di magia, spiritismo etc.

Però queste cose possono avvenire senza che ci sia nessuna compromissione da parte del soggetto con l’occulto, e queste persone possono essere vittime di mali che vengono fatti a loro. E qui entriamo in qualcosa di molto misterioso che è il maleficio. Quando ho iniziato il mio ministero esorcistico ero un po’ perplesso riguardo a questa realtà, però ho dovuto ricredermi.

La migliore protezione in questi casi?

Padre Dermine: La vita cristiana e di preghiera. Però non ci sono, diciamo, delle protezioni assolute. Ci sono per esempio anche dei santi, penso per esempio a san Giovanni Calabria, a santa Gemma Galgani, che anche se per breve tempo sono stati vessati tremendamente dal demonio.

Basta un solo esorcismo per liberare dalla possessione diabolica?

Padre Dermine: Qui stiamo toccando un tasto molto delicato, nel senso che ho sentito dei racconti di esorcisti di quaranta o cinquanta anni fa, secondo cui allora bastava un solo esorcismo per liberare una persona. Oggi possono durare dei mesi e anche degli anni. E bisogna riflettere sul perché di questo. Qualcuno potrebbe pensare che ciò avviene perché viviamo in una società che si è allontanata da Dio e in un certo senso è apostatata. Io qui le indico una opinione del tutto personale: l’esorcista non recita una preghiera personale ma prega in nome della Chiesa, e se la fede viene a indebolirsi all’interno della Chiesa, può darsi che questo contribuisca a diminuire l’efficacia dell’esorcismo vero e proprio.

Qual è il rapporto tra le formule dell’esorcismo e la fede?

Padre Dermine: Delle formule senza fede non valgono niente. Ma non è soltanto la fede dell’esorcista, secondo me, che interviene ma la fede della Chiesa. Qui quando parlo di Chiesa non mi riferisco alla Chiesa istituzionale che ha sempre creduto ed ha insegnato la realtà del demonio e la possibilità concreta di subire persecuzioni da parte sua. Ma parlo degli uomini di Chiesa. Non tutti i sacerdoti e addirittura alcuni Vescovi credono veramente in queste cose. Capisco che è un discorso molto delicato...

Non la Chiesa gloriosa ma la Chiesa militante?

Padre Dermine: La Chiesa qui sulla terra che può essere anche tentata dalla secolarizzazione, il razionalismo...la fede sull’esistenza del demonio rischia di affievolirsi.

L'iconografia cattolica o la mancanza della stessa ha qualche influenza?

Padre Dermine: No, se la nostra società si secolarizza e addirittura rinnega la propria fede è ovvio che lascia più spazio al demonio che è nemico dell’incarnazione.

Chi esercita l’esorcismo nel suo ministero sacerdotale deve fare molta esperienza?

Padre Dermine: Non si finisce mai di imparare e l’esperienza arricchisce sempre ed è assolutamente fondamentale. Il problema degli esorcisti attuali è che sono diventati tali senza seguire gli insegnamenti di nessun maestro. Io ho avuto pochissima esperienza pratica e ho dovuto in un certo senso arrangiarmi commettendo anche qualche errore. L’esperienza la acquisiamo poco per volta, l’ideale sarebbe avere dei maestri in questo campo.

Non sempre troviamo le spiegazioni per tutto, però dobbiamo credere che Dio è presente, che Dio agisce, che siamo dalla parte del vincitore e che il demonio cerca di disturbare l’uomo, di allontanarlo da Dio o addirittura di distruggerlo; e che Dio offre alla Chiesa i mezzi per combattere vittoriosamente il demonio.




Per affrontare satanismo e magia
servono sacerdoti più preparati


-Inizia a Roma il VI Corso di Esorcismo e Preghiera di Liberazione-

ROMA, lunedì, 28 marzo 2011 (ZENIT.org).- “Risolvere le difficoltà nelle quali da tempo si dibattono quei sacerdoti che cercano di affrontare i problemi presentati dalle persone che per un motivo o per l’altro entrano in contatto con il mondo dell’occulto, della magia, del satanismo, o da quelle che ritengono di aver a che fare con l’azione del demonio”.

Ha delineato in questo modo l'obiettivo del sesto corso “Esorcismo e Preghiera di Liberazione”, iniziato a Roma questo lunedì,

Giuseppe Ferrari, segretario del Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-Religiosa (GRIS), che ha organizzato insieme all’Istituto Sacerdos dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum l'iniziativa, sostenuta dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e dalla Congregazione per il Clero.

Nella lezione introduttiva, Ferrari ha avvertito che la risoluzione di problemi afferenti al satanismo o alla magia “può essere rimandata o ostacolata dall’impreparazione di quei presbiteri che non si sentono in grado o non si sentono dotati degli strumenti necessari per venire incontro in modo adeguato alle esigenze delle suddette persone”.
Per questo, è “evidente che solo la formazione approfondita di un numero adeguato di sacerdoti permette di affrontare con più efficacia e di meglio suddividere tra i diversi presbiteri le varie richieste d’intervento, indirizzando poi verso gli esorcisti, ufficialmente incaricati, solo i casi veramente bisognosi del loro intervento”.

Quattro elementi
L'esperto si è voluto concentrare soprattutto su quattro aspetti che possono avere attinenza con le tematiche dell’esorcismo e del satanismo: liceità dell’esorcismo; negatività e contraddittorietà dell’ambiente satanico; efficacia dell’azione a distanza di malefici o altre azioni magiche, equiparazione tra la figura dell’esorcista e quella del mago o operatore dell’occulto.

Quanto al primo punto, ha sottolineato che i cultori del satanismo potrebbero “affermare di sentire non rispettata la propria dignità di persona dall’esercizio di pratiche che tendono a scacciare quell’entità o quell’energia, comunque la vogliano identificare, alla quale intendono rivolgere il loro culto”.

Proprio per questo, ha spiegato, “è bene evidenziare che il rito dell’esorcismo rispetta pienamente la libertà e la dignità umana”: “non impone nulla a nessuno e non ha alcun effetto se non vi è adesione della volontà della persona a liberarsi da ciò che ritiene male e cioè dall’influenza o azione del demonio, vera o presunta che sia”.

Il satanismo, ha proseguito Ferrari, “crea un problema sociale, etico e culturale di notevole spessore, in quanto arriva ad approvare un completo ribaltamento dei valori”.

Tra le dimostrazioni di contraddittorietà, “non si vede come possa avere una giustificazione logica e razionale il comportamento di una persona che pur non credendo né nel demonio, né in Dio, né nella Chiesa, né nel Sacrificio Eucaristico, si impegni in modo tanto fanatico nelle cosiddette 'messe nere'”.

Circa malefici o azioni magiche, l'esperto ha osservato che gli atteggiamenti irrazionali e superstiziosi “non sono quelli di chi crede in modo ragionevole all’esistenza dell’aldilà e alla sua azione nel mondo materiale, ma di chi è convinto di poter piegare l’aldilà alla propria volontà e di chi arriva a pensare di avere il potere di andare oltre le leggi naturali o di sottometterle alla propria volontà, evidenziando implicitamente in tal modo una specie di delirio di onnipotenza”.

Ferrari ha infine sottolineato “la profonda e sostanziale differenza esistente tra l’operatore dell’occulto o mago e l’esorcista”, indicando che la chiave sta in “una semplice ma significativa domanda: 'Da chi siete stati mandati?'”.

“L’esorcista non è solo colui che riceve un mandato esplicito dal Vescovo, ma è anche e soprattutto un sacerdote, cioè colui che ha l’immenso potere di consacrare il pane e il vino facendoli divenire il Corpo e il Sangue di Cristo”. “Il mandato del presbitero è un mandato che viene direttamente da Cristo attraverso la Chiesa”.

Giovani e satanismo
Il giornalista e scrittore Carlo Climati si è concentrato su “Il satanismo giovanile”, ricordando che “l’interesse dei ragazzi per il mondo del satanismo ha riempito, in questi ultimi anni, le pagine dei giornali”.
In questo contesto, ha esortato ad affrontare un tema tanto delicato “con spirito costruttivo, senza diffondere allarmismi, cercando di esaminare la realtà di un fenomeno che ovviamente non riguarda la maggioranza dei giovani, ma al tempo stesso non può essere ignorato”.
Il satanismo, ha sottolineato, “punta a rovesciare e distruggere quei valori universali che sono scritti nel cuore di ogni essere umano” e “a creare confusione tra i giovani, per costruire una specie di società al contrario in cui il bene diventa male e il male diventa bene”.

“Quest’idea è rappresentata perfettamente attraverso un simbolo tipico dei satanisti: la croce rovesciata, che sta a significare il capovolgimento dei valori del Cristianesimo”, ha osservato.

Il satanismo tende inoltre “a diffondere tra i ragazzi un senso di pessimismo, di resa, di oscurità, di sconforto”, rappresentando “la morte della speranza” e spingendo a credere “che la vita sia una specie di giungla in cui vincono soltanto i più forti”.

Per questa ragione, bisogna “aiutare sacerdoti, insegnanti, genitori, educatori a fare un’opera di prevenzione tra i giovani, affinché le nuove generazioni non siano vittime di certe pericolose derive”.
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Per ulteriori informazioni, tel. 06 665431, http://www.upra.org/.
Fonte internet: ZENIT.org






“Demoniache presenze”:
il corso della Chiesa sul satanismo


20 marzo 2011

L’esorcismo e la difesa dal demonio nell’ateneo cattolico

‘Demoniache presenze’ all’Ateneo pontificio Regina Apostolorum, e’ di scena il diavolo: dal prossimo 28 marzo sino al 2 aprile, all’Ateneo di via degli Aldobrandeschi, nella capitale, si svolgera’ il sesto corso per imparare a difendersi da Satana. “Il corso – spiegano gli organizzatori – vuol essere un aiuto ad approfondire la realta’ del ministero dell’esorcismo nelle sue implicazioni teoriche e pratiche e un ausilio per i vescovi nella preparazione dei sacerdoti che saranno chiamati a tale ministero”.

IMPERDIBILE PROPRIO – Sara’ una vera e propria full immersion quella che attendera’ i partecipanti al corso. Sei giorni di approfondimenti e dibattiti, dalle 8.30 alle 12 incluso il pomeriggio, dalle 14 alle 17.30, per un costo di 250 euro a persona. Densissimo il programma. Si parlera’ del diavolo, ovviamente, ma il tema dell’esorcismo sara’ affrontato in tutti gli aspetti possibili e immaginabili. Particolare attenzione sara’ riservata alle implicazioni antropologiche legate al fenomeno, senza dimenticare gli aspetti sociali del satanismo. Il corso del Regina Apostolorum trattera’ anche l’allarme destato dall’irruzione del satanismo nel mondo dei giovani. E ci saranno pure approfondimenti anche sugli aspetti biblici e teologici del fenomeno. Esperti affronteranno anche la questione dal punto di vista criminologico e non mancheranno le testimonianze offerte dagli esorcisti. Oltre ai sacerdoti, il corso sara’ aperto anche ai laici interessati agli argomenti trattati. Ci saranno medici, psicologi, avvocati, insegnanti, catechisti. “L’obiettivo – spiegano gli organizzatori – e’ quello di offrire ai sacerdoti strumenti utili per il loro lavoro pastorale, di informazione e di sostegno per le famiglie”.





A Roma la VI edizione del corso
"Esorcismo e preghiera di liberazione"


Dal 28 marzo presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

ROMA, mercoledì, 23 marzo 2011 (ZENIT.org).- Lunedì 28 marzo, dalle 8.00 alle 17.30, avrà luogo a Roma la giornata inaugurale del sesto corso “Esorcismo e preghiera di liberazione”, organizzato dall’Istituto Sacerdos dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e dal Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-Religiosa (GRIS) con il patrocinio della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e della Congregazione per il Clero.

L'iniziativa si svolgerà presso la sede dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (via degli Aldobrandeschi 190) e “non è un corso per diventare esorcisti”.

L’obiettivo, sottolineano gli organizzatori in un comunicato, “è quello di offrire una visione interdisciplinare di due diversi temi: l’esorcismo, che è un tema spirituale e teologico, e il fenomeno del satanismo e delle sette, che tocca aspetti sociali, legali e criminologici”.

Il tutto, ricordano, condotto in modo da “operare con serietà e rigore scientifico, cercando di strappare questi argomenti da una visione superficiale e sensazionalista”.

In particolare, il corso “cercherà di offrire ai sacerdoti strumenti utili per il loro lavoro pastorale, di informazione e di sostegno per le famiglie”.

Il sacerdote, infatti, “con una solida preparazione può dare un contributo importante per affrontare il problema del fascino del satanismo, che rischia di coinvolgere soprattutto giovani fragili e in difficoltà”.

Rivolta principalmente ai sacerdoti, l'iniziativa è aperta anche a quei laici che, per l’attività che svolgono, possono essere interessati ai temi trattati, come medici, psicologi, psichiatri, avvocati, catechisti, insegnanti, educatori.

Le lezioni si terranno dalle 8.30 alle 17.30, da lunedì 28 marzo a venerdì 1° aprile 2011.

Il corso si concluderà con una tavola rotonda e una discussione con gli esorcisti, sabato 2 aprile dalle 8.30 alle 12.00.

Interverranno all'iniziativa Giuseppe Ferrari (lezione introduttiva), mons. Luigi Negri (lezione inaugurale), Aldo Morganti (aspetti antropologici), Carlo Climati (satanismo giovanile), padre Pedro Barrajón LC (aspetti teologici), padre Francesco Bamonte ICMS (aspetti sociali e spirituali), don Gabriele Nanni (aspetti liturgici e canonici), Aureliano Pacciolla (aspetti psicologici), Tonino Cantelmi (aspetti medici), Anna Maria Giannini (aspetti psicologici), padre René Laurentin, don Giuseppe Mihelcic (esperienze e testimonianze), don Aldo Bonaiuto (aspetti sociali), Enrico De Simone (aspetti criminologici), Daniela De Zordo, Giacomo Ebner (aspetti legali), padre François Dermine OP (aspetti pastorali e spirituali).

Il corso sarà anche trasmesso in videoconferenza a Bologna, nell’Istituto Veritatis Splendor (via Riva del Reno 57).

Per ulteriori informazioni, tel. 06 665431, http://www.upra.org/.






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Scaricare la locandina in PDF:
http://www.db.gris.org/gris/forum/allegati/2011-03/12-999999/Locandina%20Esor%202011.pdf





ATENEO PONTIFICIO REGINA APOSTOLORUM

ISTITUTO SACERDOS

GRUPPO DI RICERCA E INFORMAZIONE SOCIO-RELIGIOSA

FONDAZIONE DIGNITATIS HUMANAE

ISTITUTO VERITATIS SPLENDOR






CORSO
Esorcismo e
preghiera di liberazione
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VI Corso sull´Esorcismo e Preghiera di Liberazione
Il corso vuol essere un aiuto ad approfondire la realtà del ministero dell’esorcismo nelle sue implicazioni teoriche e pratiche e un ausilio per i vescovi nella preparazione dei sacerdoti che saranno chiamati a tale ministero. Il programma ne indagherà gli aspetti legali, criminologici, psicologici, antropologici, liturgici, pastorali, spirituali, canonici, biblici, storici e teologici, nonché quelli sociali del satanismo (in particolare nel mondo giovanile). Spazio anche alle testimonianze. Parteciparvi costerà 250 euro. Tra i relatori anche padre Amorth e Tonino Cantelmi.


Fonte:


CHIESA & FEDE
NON CREDERE NEL DIAVOLO
NON CI PROTEGGERÀ DA LUI
(12/03/2011) - Scegliere di non credere nel diavolo non ti proteggerà da lui". L'Osservatore Romano si sofferma su questa frase pronunciata da Anthony Hopkins, che interpreta il ruolo di un anziano esorcista nel film "Il rito". Per il giornale del Papa "sta proprio in questa frase il senso della storia" raccontata in modo "onesto e rispettoso" nella pellicola diretta da Mikael Hafstroem: "proporre la presenza del maligno contrapponendole la forza della fede". "Il diavolo - ricorda infatti l'Osservatore nell'articolo a firma del segretario di redazione Gaetano Vallini - esiste, che ci si creda o meno, e opera subdolamente per avere il sopravvento. Una realtà che alla Chiesa certo non sfugge. Gesù scacciava i demoni, insegnando agli apostoli a fare lo stesso nel suo nome, nella certezza che il male non avrà l'ultima parola (non praevalebunt). Semmai tale realtà sembra sfuggire a una società sempre più secolarizzata per la quale il peccato non esiste e parlare di diavolo e demoni vuol dire superstizione e oscurantismo, un ritorno al medioevo insomma". Per il quotidiano della Santa Sede, "così assume valore il dubbio di padre Lucas: 'la cosa interessante degli scettici è che sono sempre in cerca di prove. La domanda è: se le trovassero, cosa cambierebbe sulla terra?'". Nel film, aggiunge Vallini, "non mancano scene inquietanti, con i posseduti dal demonio che sputano enormi chiodi, assumono pose innaturali e si deformano ruggendo frasi in lingue e voci diverse. Certo, quarant'anni dopo, non fanno piu' lo stesso terrificante effetto sul pubblico. Ma - conclude - è il prezzo che si deve pagare al genere horror di cui il filone demoniaco e' un sottogruppo molto frequentato, anche se raramente con risultati interessanti". A corredo dell'articolo del suo segretario di redazione, che nella gerarchia di questo giornale è il numero 3", l'Osservatore pubblica oggi un famoso discorso di Paolo VI che parlò del demonio nell'udienza generale del 15 novembre 1972 definendolo "un agente oscuro e nemico".
E lancia un'iniziativa che ha come scopo preparare nuovi esorcismi ma anche contribuire al diffondersi nella Chiesa di una maggiore consapevolezza dell'esistenza del demonio. "'Esorcismo e preghiera di liberazione" - scrive - è il tema del corso che si terrà, dal 28 marzo al 2 aprile, a Roma e a Bologna, presso il Pontificio ateneo Regina Apostolorum e il Gruppo di ricerca e Informazione Socio-religiosa (Gris), Istituto Veritatis Splendor. Con il patrocinio della Congregazione per il Culto Divino e della Congregazione per il Clero, il corso trattera' aspetti antropologici, sociali, legali, fenomenologici, teologici, pastorali e medici".






Parlare di esorcismo al presente sembra quasi un errore storico. Vale la pena allora ricostruire brevemente la storia di quello che, comunque la si veda, è un ministero presente e importante della religione cristiana....


GLI ESORCISTI




"Nell'esorcismo come il diavolo vede Maria Santissima"
(P. Gabriele Amorth, 8 dicembre 2010, RADIO MARIA)
from

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

ISTRUZIONE
CIRCA LE PREGHIERE PER OTTENERE DA DIO LA GUARIGIONE

INTRODUZIONE

L'anelito di felicità, profondamente radicato nel cuore umano, è da sempre accompagnato dal desiderio di ottenere la liberazione dalla malattia e di capirne il senso quando se ne fa l'esperienza. Si tratta di un fenomeno umano, che interessando in un modo o nell'altro ogni persona, trova nella Chiesa una particolare risonanza. Infatti la malattia viene da essa compresa come mezzo di unione con Cristo e di purificazione spirituale e, da parte di coloro che si trovano di fronte alla persona malata, come occasione di esercizio della carità. Ma non soltanto questo, perché la malattia, come altre sofferenze umane, costituisce un momento privilegiato di preghiera: sia di richiesta di grazia, per accoglierla con senso di fede e di accettazione della volontà divina, sia pure di supplica per ottenere la guarigione.

La preghiera che implora il riacquisto della salute è pertanto una esperienza presente in ogni epoca della Chiesa, e naturalmente nel momento attuale. Ciò che però costituisce un fenomeno per certi versi nuovo è il moltiplicarsi di riunioni di preghiera, alle volte congiunte a celebrazioni liturgiche, con lo scopo di ottenere da Dio la guarigione. In diversi casi, non del tutto sporadici, vi si proclama l'esistenza di avvenute guarigioni, destando in questo modo delle attese dello stesso fenomeno in altre simili riunioni. In questo contesto si fa appello, alle volte, a un preteso carisma di guarigione.

Siffatte riunioni di preghiera per ottenere delle guarigioni pongono inoltre la questione del loro giusto discernimento sotto il profilo liturgico, in particolare da parte dell'autorità ecclesiastica, a cui spetta vigilare e dare le opportune norme per il retto svolgimento delle celebrazioni liturgiche.

E' sembrato pertanto opportuno pubblicare una Istruzione, a norma del can. 34 del Codice di Diritto Canonico, che serva soprattutto di aiuto agli Ordinari del luogo affinché meglio possano guidare i fedeli in questa materia, favorendo ciò che vi sia di buono e correggendo ciò che sia da evitare. Occorreva però che le determinazioni disciplinari trovassero come riferimento una fondata cornice dottrinale che ne garantisse il giusto indirizzo e ne chiarisse la ragione normativa. A questo fine è stata premessa alla parte disciplinare una parte dottrinale sulle grazie di guarigione e le preghiere per ottenerle.

I. ASPETTI DOTTRINALI

1. Malattia e guarigione: il loro senso e valore nell'economia della salvezza

«L'uomo è chiamato alla gioia ma fa quotidiana esperienza di tantissime forme di sofferenza e di dolore».(1) Perciò il Signore nelle sue promesse di redenzione annuncia la gioia del cuore legata alla liberazione dalle sofferenze (cfr. Is 30,29; 35,10; Bar 4,29). Infatti Egli è «colui che libera da ogni male» (Sap 16,8). Tra le sofferenze, quelle che accompagnano la malattia sono una realtà continuamente presente nella storia umana e sono anche oggetto del profondo desiderio dell'uomo di liberazione da ogni male.

Nell'Antico Testamento, «Israele sperimenta che la malattia è legata, in un modo misterioso, al peccato e al male».(2) Tra le punizioni minacciate da Dio all'infedeltà del popolo, le malattie trovano un ampio spazio (cfr. Dt 28,21-22.27-29.35). Il malato che implora da Dio la guarigione, confessa di essere giustamente punito per i suoi peccati (cfr. Sal 37; 40; 106,17-21).

La malattia però colpisce anche i giusti e l'uomo se ne domanda il perché. Nel libro di Giobbe questo interrogativo percorre molte delle sue pagine. «Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa e abbia carattere di punizione. La figura del giusto Giobbe ne è una prova speciale nell'Antico Testamento. (...) E se il Signore acconsente a provare Giobbe con la sofferenza, lo fa per dimostrarne la giustizia. La sofferenza ha carattere di prova».(3)

La malattia, pur potendo avere un risvolto positivo quale dimostrazione della fedeltà del giusto e mezzo di ripagare la giustizia violata dal peccato e anche di far ravvedere il peccatore perché percorra la via della conversione, rimane tuttavia un male. Perciò il profeta annunzia i tempi futuri in cui non ci saranno più malanni e invalidità e il decorso della vita non sarà più troncato dal morbo mortale (cfr. Is 35,5-6; 65,19-20).

Tuttavia è nel Nuovo Testamento che l'interrogativo sul perché la malattia colpisce anche i giusti trova piena risposta. Nell'attività pubblica di Gesù, i suoi rapporti coi malati non sono sporadici, bensì continui. Egli ne guarisce molti in modo mirabile, sicché le guarigioni miracolose caratterizzano la sua attività: «Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità» (Mt 9,35; cfr. 4,23). Le guarigioni sono segni della sua missione messianica (cfr. Lc 7,20-23). Esse manifestano la vittoria del regno di Dio su ogni sorta di male e diventano simbolo del risanamento dell'uomo tutto intero, corpo e anima. Infatti servono a dimostrare che Gesù ha il potere di rimettere i peccati (cfr. Mc 2,1-12), sono segni dei beni salvifici, come la guarigione del paralitico di Betzata (cfr. Gv 5,2-9.19-21) e del cieco nato (cfr. Gv 9).

Anche la prima evangelizzazione, secondo le indicazioni del Nuovo Testamento, era accompagnata da numerose guarigioni prodigiose che corroboravano la potenza dell'annuncio evangelico. Questa era stata la promessa di Gesù risorto e le prime comunità cristiane ne vedevano l'avverarsi in mezzo a loro: «E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: (...) imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16,17-18). La predicazione di Filippo a Samaria fu accompagnata da guarigioni miracolose: «Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati» (At 8,5-7). San Paolo presenta il suo annuncio del vangelo come caratterizzato da segni e prodigi realizzati con la potenza dello Spirito: «non oserei infatti parlare di ciò che Cristo non avesse operato per mezzo mio per condurre i pagani all'obbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito» (Rm 15,18-19; cfr. 1Ts 1,5; 1Cor 2,4-5). Non è per nulla arbitrario supporre che tali segni e prodigi, manifestativi della potenza divina che assisteva la predicazione, erano costituiti in gran parte da guarigioni portentose. Erano prodigi non legati esclusivamente alla persona dell'Apostolo, ma che si manifestavano anche attraverso i fedeli: «Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?» (Gal 3,5).

La vittoria messianica sulla malattia, come su altre sofferenze umane, non soltanto avviene attraverso la sua eliminazione con guarigioni portentose, ma anche attraverso la sofferenza volontaria e innocente di Cristo nella sua passione e dando ad ogni uomo la possibilità di associarsi ad essa. Infatti «Cristo stesso, che pure è senza peccato, soffrì nella sua passione pene e tormenti di ogni genere, e fece suoi i dolori di tutti gli uomini: portava così a compimento quanto aveva scritto di lui il profeta Isaia (cfr. Is 53,4-5)».(4) Ma c'è di più: «Nella croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta. (...) Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo».(5)

La Chiesa accoglie i malati non soltanto come oggetto della sua amorevole sollecitudine, ma anche riconoscendo loro la chiamata «a vivere la loro vocazione umana e cristiana ed a partecipare alla crescita del Regno di Dio in modalità nuove, anche più preziose. Le parole dell'apostolo Paolo devono divenire il loro programma e, prima ancora, sono luce che fa splendere ai loro occhi il significato di grazia della loro stessa situazione: "Completo quello che manca ai patimenti di Cristo nella mia carne, in favore del suo corpo, che è la Chiesa" (Col 1,24). Proprio facendo questa scoperta, l'apostolo è approdato alla gioia: "Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi" (Col 1,24)».(6) Si tratta della gioia pasquale, frutto dello Spirito Santo. E come san Paolo, anche «molti malati possono diventare portatori della "gioia dello Spirito Santo in molte tribolazioni" (1Ts 1,6) ed essere testimoni della risurrezione di Gesù».(7)

2. Il desiderio di guarigione e la preghiera per ottenerla

Premessa l'accettazione della volontà di Dio, il desiderio del malato di ottenere la guarigione è buono e profondamente umano, specie quando si traduce in preghiera fiduciosa rivolta a Dio. Ad essa esorta il Siracide: «Figlio, non avvilirti nella malattia, ma prega il Signore ed egli ti guarirà» (Sir 38,9). Diversi salmi costituiscono una supplica di guarigione (cfr. Sal 6; 37; 40; 87).

Durante l'attività pubblica di Gesù, molti malati si rivolgono a lui, sia direttamente sia tramite i loro amici o congiunti, implorando la restituzione della sanità. Il Signore accoglie queste suppliche e i Vangeli non contengono neppure un accenno di biasimo di tali preghiere. L'unico lamento del Signore riguarda l'eventuale mancanza di fede: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,23; cfr. Mc 6,5-6; Gv 4,48).

Non soltanto è lodevole la preghiera dei singoli fedeli che chiedono la guarigione propria o altrui, ma la Chiesa nella liturgia chiede al Signore la salute degli infermi. Innanzi tutto ha un sacramento «destinato in modo speciale a confortare coloro che sono provati dalla malattia: l'Unzione degli infermi».(8) «In esso, per mezzo di una unzione, accompagnata dalla preghiera dei sacerdoti, la Chiesa raccomanda i malati al Signore sofferente e glorificato, perché dia loro sollievo e salvezza».(9) Immediatamente prima, nella Benedizione dell'olio, la Chiesa prega: «effondi la tua santa benedizione, perché quanti riceveranno l'unzione di quest'olio ottengano conforto, nel corpo, nell'anima e nello spirito, e siano liberi da ogni dolore, da ogni debolezza, da ogni sofferenza(10); e poi, nei due primi formulari di preghiera dopo l'unzione, si chiede pure la guarigione dell'infermo.(11) Questa, poiché il sacramento è pegno e promessa del regno futuro, è anche annuncio della risurrezione, quando «non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4). Inoltre il Missale Romanum contiene una Messa pro infirmis e in essa, oltre a grazie spirituali, si chiede la salute dei malati.(12)

Nel De benedictionibus del Rituale Romanum, esiste un Ordo benedictionis infirmorum, nel quale ci sono diversi testi eucologici che implorano la guarigione: nel secondo formulario delle Preces(13), nelle quattro Orationes benedictionis pro adultis(14), nelle due Orationes benedictionis pro pueris(15), nella preghiera del Ritus brevior.(16)

Ovviamente il ricorso alla preghiera non esclude, anzi incoraggia a fare uso dei mezzi naturali utili a conservare e a ricuperare la salute, come pure incita i figli della Chiesa a prendersi cura dei malati e a recare loro sollievo nel corpo e nello spirito, cercando di vincere la malattia. Infatti «rientra nel piano stesso di Dio e della sua provvidenza che l'uomo lotti con tutte le sue forze contro la malattia in tutte le sue forme, e si adoperi in ogni modo per conservarsi in salute».(17)

3. Il carisma di guarigione nel Nuovo Testamento

Non soltanto le guarigioni prodigiose confermavano la potenza dell'annuncio evangelico nei tempi apostolici, ma lo stesso Nuovo Testamento riferisce circa una vera e propria concessione da parte di Gesù agli Apostoli e ad altri primi evangelizzatori di un potere di guarire dalle infermità. Così nella chiamata dei Dodici alla prima loro missione, secondo i racconti di Matteo e di Luca, il Signore concede loro «il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità» (Mt 10,1; cfr. Lc 9,1), e dà loro l'ordine: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni» (Mt 10,8). Anche nella missione dei settantadue discepoli, l'ordine del Signore è: «curate i malati che vi si trovano» (Lc 10,9). Il potere, pertanto, viene donato all'interno di un contesto missionario, non per esaltare le loro persone, ma per confermarne la missione.

Gli Atti degli Apostoli riferiscono in generale dei prodigi realizzati da loro: «prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli» (At 2,43; cfr. 5,12). Erano prodigi e segni, quindi opere portentose che manifestavano la verità e forza della loro missione. Ma, a parte queste brevi indicazioni generiche, gli Atti riferiscono soprattutto delle guarigioni miracolose compiute per opera di singoli evangelizzatori: Stefano (cfr. At 6,8), Filippo (cfr. At 8,6- 7), e soprattutto Pietro (cfr. At 3,1-10; 5,15; 9,33-34.40-41) e Paolo (cfr. At 14,3.8-10; 15,12; 19,11-12; 20,9-10; 28,8-9).

Sia la finale del Vangelo di Marco sia la Lettera ai Galati, come si è visto sopra, ampliano la prospettiva e non limitano le guarigioni prodigiose all'attività degli Apostoli e di alcuni evangelizzatori aventi un ruolo di spicco nella prima missione. Sotto questo profilo acquistano uno speciale rilievo i riferimenti ai «carismi di guarigioni» (cfr. 1 Cor 12,9.28.30). Il significato di carisma, di per sé assai ampio, è quello di «dono generoso»; e in questo caso si tratta di «doni di guarigioni ottenute». Queste grazie, al plurale, sono attribuite a un singolo (cfr. 1 Cor 12,9), pertanto non vanno intese in senso distributivo, come guarigioni che ognuno dei guariti ottiene per se stesso, bensì come dono concesso a una persona di ottenere grazie di guarigioni per altri. Esso è dato in un solo Spirito, ma non si specifica nulla sul come quella persona ottiene le guarigioni. Non è arbitrario sottintendere che ciò avvenga per mezzo della preghiera, forse accompagnata da qualche gesto simbolico.

Nella Lettera di san Giacomo si fa riferimento a un intervento della Chiesa attraverso i presbiteri a favore della salvezza, anche in senso fisico, dei malati. Ma non si fa intendere che si tratti di guarigioni prodigiose: siamo in un ambito diverso da quello dei «carismi di guarigioni» di 1Cor 12,9. «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gc 5,14-15). Si tratta di un'azione sacramentale: unzione del malato con olio e preghiera su di lui, non semplicemente «per lui», quasi non fosse altro che una preghiera di intercessione o di domanda; si tratta piuttosto di un'azione efficace sull'infermo.(18) I verbi «salverà» e «rialzerà» non suggeriscono un'azione mirante esclusivamente, o soprattutto, alla guarigione fisica, ma in un certo modo la includono. Il primo verbo, benché le altre volte che compare nella Lettera si riferisca alla salvezza spirituale (cfr. 1,21; 2,14; 4,12; 5,20), è anche usato nel Nuovo Testamento nel senso di «guarire» (cfr. Mt 9,21; Mc 5,28.34; 6,56; 10,52; Lc 8,48); il secondo verbo, pur assumendo alle volte il senso di «risorgere» (cfr. Mt 10,8; 11,5; 14,2), viene anche usato per indicare il gesto di «sollevare» la persona distesa a causa di una malattia guarendola prodigiosamente (cfr. Mt 9,5; Mc 1,31; 9,27; At 3,7).

4. Le preghiere per ottenere da Dio la guarigione nella Tradizione

I Padri della Chiesa consideravano normale che il credente chiedesse a Dio non soltanto la salute dell'anima, ma anche quella del corpo. A proposito dei beni della vita, della salute e dell'integrità fisica, S. Agostino scriveva: «Bisogna pregare che ci siano conservati, quando si hanno, e che ci siano elargiti, quando non si hanno».(19) Lo stesso Padre della Chiesa ci ha lasciato la testimonianza di una guarigione di un amico ottenuta con le preghiere di un Vescovo, di un sacerdote e di alcuni diaconi nella sua casa.(20)

Uguale orientamento si osserva nei riti liturgici sia Occidentali che Orientali. In una preghiera dopo la Comunione si chiede che «la potenza di questo sacramento... ci pervada corpo e anima».(21) Nella solenne liturgia del Venerdì Santo viene rivolto l'invito a pregare Dio Padre onnipotente affinché «allontani le malattie... conceda la salute agli ammalati».(22) Tra i testi più significativi si segnala quello della benedizione dell'olio degli infermi. Qui si chiede a Dio di effondere la sua santa benedizione «perché quanti riceveranno l'unzione di quest'olio ottengano conforto nel corpo, nell'anima e nello spirito, e siano liberi da ogni dolore, da ogni debolezza, da ogni sofferenza».(23)

Non diverse sono le espressioni che si leggono nei riti Orientali dell'unzione degli infermi. Ricordiamo solo alcune tra le più significative. Nel rito bizantino durante l'unzione dell'infermo si prega: «Padre santo, medico delle anime e dei corpi, che hai mandato il tuo Figlio unigenito Gesù Cristo a curare ogni malattia e a liberarci dalla morte, guarisci anche questo tuo servo dall'infermità del corpo e dello spirito, che lo affligge, per la grazia del tuo Cristo».(24) Nel rito copto si invoca il Signore di benedire l'olio affinché tutti coloro che ne verranno unti possano ottenere la salute dello spirito e del corpo. Poi, durante l'unzione dell'infermo, i sacerdoti, fatta menzione di Gesù Cristo mandato nel mondo «a sanare tutte le infermità e a liberare dalla morte», chiedono a Dio «di guarire l'infermo dalle infermità del corpo e a dargli la via retta».(25)


5. Il «carisma di guarigione» nel contesto attuale

Lungo i secoli della storia della Chiesa non sono mancati santi taumaturghi che hanno operato guarigioni miracolose. Il fenomeno, pertanto, non era limitato al tempo apostolico; tuttavia, il cosiddetto «carisma di guarigione» sul quale è opportuno attualmente fornire alcuni chiarimenti dottrinali non rientra fra quei fenomeni taumaturgici. La questione si pone piuttosto in riferimento ad apposite riunioni di preghiera organizzate al fine di ottenere guarigioni prodigiose tra i malati partecipanti, oppure preghiere di guarigione al termine della comunione eucaristica con il medesimo scopo.

Quanto alle guarigioni legate ai luoghi di preghiera (santuari, presso le reliquie di martiri o di altri santi, ecc.) anch'esse sono abbondantemente testimoniate lungo la storia della Chiesa. Esse contribuirono a popolarizzare, nell'antichità e nel medioevo, i pellegrinaggi ad alcuni santuari che divennero famosi anche per questa ragione, come quelli di san Martino di Tours, o la cattedrale di san Giacomo a Compostela, e tanti altri. Anche attualmente accade lo stesso, come, ad esempio da più di un secolo, a Lourdes. Tali guarigioni non implicano però un «carisma di guarigione», perché non riguardano un eventuale soggetto di tale carisma, ma occorre tenerne conto nel momento di valutare dottrinalmente le suddette riunioni di preghiera.

Per quanto riguarda le riunioni di preghiera con lo scopo di ottenere guarigioni, scopo, se non prevalente, almeno certamente influente nella loro programmazione, è opportuno distinguere tra quelle che possono far pensare a un «carisma di guarigione», vero o apparente che sia, e le altre senza connessione con tale carisma. Perché possano riguardare un eventuale carisma occorre che vi emerga come determinante per l'efficacia della preghiera l'intervento di una o di alcune persone singole o di una categoria qualificata, ad esempio, i dirigenti del gruppo che promuove la riunione. Se non c'è connessione col «carisma di guarigione», ovviamente le celebrazioni previste nei libri liturgici, se si realizzano nel rispetto delle norme liturgiche, sono lecite, e spesso opportune, come è il caso della Messa pro infirmis. Se non rispettano la normativa liturgica, la legittimità viene a mancare.

Nei santuari sono anche frequenti altre celebrazioni che di per sé non mirano specificamente ad impetrare da Dio grazie di guarigioni, ma che nelle intenzioni degli organizzatori e dei partecipanti hanno come parte importante della loro finalità l'ottenimento di guarigioni; si fanno per questa ragione celebrazioni liturgiche (ad esempio, l'esposizione del Santissimo Sacramento con la benedizione) o non liturgiche, ma di pietà popolare incoraggiata dalla Chiesa, come la recita solenne del Rosario. Anche queste celebrazioni sono legittime, purché non se ne sovverta l'autentico senso. Ad esempio, non si potrebbe mettere in primo piano il desiderio di ottenere la guarigione dei malati, facendo perdere all'esposizione della Santissima Eucaristia la sua propria finalità; essa infatti «porta i fedeli a riconoscere in essa la mirabile presenza di Cristo e li invita all'unione di spirito con lui, unione che trova il suo culmine nella Comunione sacramentale».(26)

Il «carisma di guarigione» non è attribuibile a una determinata classe di fedeli. Infatti è ben chiaro che san Paolo, allorché si riferisce ai diversi carismi in 1 Cor 12, non attribuisce il dono dei «carismi di guarigione» a un particolare gruppo, sia quello degli apostoli, o dei profeti, o dei maestri, o di coloro che governano, o qualunque altro; anzi è un'altra la logica che ne guida la distribuzione: «tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole» (1Cor 12, 11). Di conseguenza, nelle riunioni di preghiera organizzate con lo scopo di impetrare delle guarigioni, sarebbe del tutto arbitrario attribuire un «carisma di guarigione» ad una categoria di partecipanti, per esempio, ai dirigenti del gruppo; non resta che affidarsi alla liberissima volontà dello Spirito Santo, il quale dona ad alcuni un carisma speciale di guarigione per manifestare la forza della grazia del Risorto. D'altra parte, neppure le preghiere più intense ottengono la guarigione di tutte le malattie. Così san Paolo deve imparare dal Signore che «ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9), e che le sofferenze da sopportare possono avere come senso quello per cui «io completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).



II. DISPOSIZIONI DISCIPLINARI

Art. 1 - Ad ogni fedele è lecito elevare a Dio preghiere per ottenere la guarigione. Quando tuttavia queste si svolgono in chiesa o in altro luogo sacro, è conveniente che esse siano guidate da un ministro ordinato.

Art. 2 - Le preghiere di guarigione si qualificano come liturgiche, se sono inserite nei libri liturgici approvati dalla competente autorità della Chiesa; altrimenti sono non liturgiche.

Art. 3 - § 1. Le preghiere di guarigione liturgiche si celebrano secondo il rito prescritto e con le vesti sacre indicate nell'Ordo benedictionis infirmorum del Rituale Romanum.(27)

§ 2. Le Conferenze Episcopali, in conformità a quanto stabilito nei Praenotanda, V., De aptationibus quae Conferentiae Episcoporum competunt,(28) del medesimo Rituale Romanum, possono compiere gli adattamenti al rito delle benedizioni degli infermi, ritenuti pastoralmente opportuni o eventualmente necessari, previa revisione della Sede Apostolica.

Art. 4 - § 1. Il Vescovo diocesano(29) ha il diritto di emanare norme per la propria Chiesa particolare sulle celebrazioni liturgiche di guarigione, a norma del can. 838 § 4.

§ 2. Coloro che curano la preparazione di siffatte celebrazioni liturgiche, devono attenersi nella loro realizzazione a tali norme.

§ 3. Il permesso per tenere tali celebrazioni deve essere esplicito, anche se le organizzano o vi partecipano Vescovi o Cardinali. Stante una giusta e proporzionata causa, il Vescovo diocesano ha il diritto di porre il divieto ad un altro Vescovo.

Art. 5 - § 1. Le preghiere di guarigione non liturgiche si realizzano con modalità distinte dalle celebrazioni liturgiche, come incontri di preghiera o lettura della Parola di Dio, ferma restando la vigilanza dell'Ordinario del luogo a norma del can. 839 § 2.

§ 2. Si eviti accuratamente di confondere queste libere preghiere non liturgiche con le celebrazioni liturgiche propriamente dette.

§ 3. E' necessario inoltre che nel loro svolgimento non si pervenga, soprattutto da parte di coloro che le guidano, a forme simili all'isterismo, all'artificiosità, alla teatralità o al sensazionalismo.

Art. 6 - L'uso degli strumenti di comunicazione sociale, in particolare della televisione, mentre si svolgono le preghiere di guarigione, liturgiche e non liturgiche, è sottoposto alla vigilanza del Vescovo diocesano in conformità al disposto del can. 823, e delle norme stabilite dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nell'Istruzione del 30 marzo 1992.(30)

Art. 7 - § 1. Fermo restando quanto sopra disposto nell'art. 3 e fatte salve le funzioni per gli infermi previste nei libri liturgici, nella celebrazione della Santissima Eucaristia, dei Sacramenti e della Liturgia delle Ore non si devono introdurre preghiere di guarigione, liturgiche e non liturgiche.

§ 2. Durante le celebrazioni, di cui nel § 1, è data la possibilità di inserire speciali intenzioni di preghiera per la guarigione degli infermi nella preghiera universale o "dei fedeli", quando questa è in esse prevista.

Art. 8 - § 1. Il ministero dell'esorcismo deve essere esercitato in stretta dipendenza con il Vescovo diocesano, a norma del can. 1172, della Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 29 settembre 1985(31) e del Rituale Romanum.(32)

§ 2. Le preghiere di esorcismo, contenute nel Rituale Romanum, devono restare distinte dalle celebrazioni di guarigione, liturgiche e non liturgiche.

§ 3. E' assolutamente vietato inserire tali preghiere di esorcismo nella celebrazione della Santa Messa, dei Sacramenti e della Liturgia delle Ore.

Art. 9 - Coloro che guidano le celebrazioni di guarigione, liturgiche e non liturgiche, si sforzino di mantenere un clima di serena devozione nell'assemblea e usino la necessaria prudenza se avvengono guarigioni tra gli astanti; terminata la celebrazione, potranno raccogliere con semplicità e accuratezza eventuali testimonianze e sottoporre il fatto alla competente autorità ecclesiastica.

Art. 10 - L'intervento d'autorità del Vescovo diocesano si rende doveroso e necessario quando si verifichino abusi nelle celebrazioni di guarigione, liturgiche e non liturgiche, nel caso di evidente scandalo per la comunità dei fedeli, oppure quando vi siano gravi inosservanze delle norme liturgiche e disciplinari.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'Udienza accordata al sottoscritto Prefetto, ha approvato la presente Istruzione, decisa nella riunione ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, 14 settembre 2000, festa dell'Esaltazione della Santa Croce.

+ Joseph Card. RATZINGER,

Prefetto

+ Tarcisio BERTONE, S.D.B.,

Arciv. emerito di Vercelli,

Segretario



________________________________________

(1) GIOVANNI PAOLO II, Esortazione Apostolica Christifideles laici, n. 53, AAS 81(1989), p. 498.

(2) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1502.

(3) GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Salvifici doloris, n. 11, AAS 76(1984), p. 212.

(4) Rituale Romanum, Ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, Auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, Ordo Unctionis Infirmorum eorumque Pastoralis Curae, Editio typica, Typis Polyglottis Vaticanis, MCMLXXII, n. 2.

(5) GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Salvifici doloris, n. 19, AAS 76(1984), p. 225.

(6) GIOVANNI PAOLO II, Esortazione Apostolica Christifideles laici, n. 53, AAS 81(1989), p. 499.

(7) Ibid., n. 53.

(8) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1511.

(9) Cfr. Rituale Romanum, Ordo Unctionis Infirmorum eorumque Pastoralis Curae, n. 5.

(10) Ibid., n. 75.

(11) Cfr. Ibid., n. 77.

(12) Missale Romanum, Ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, Auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, Editio typica altera, Typis Polyglottis Vaticanis, MCMLXXV, pp. 838-839.

(13) Cfr. Rituale Romanum, Ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, Auctoritate Ioannis Paulii II promulgatum, De Benedictionibus, Editio typica, Typis Polyglottis Vaticanis, MCMLXXXIV, n. 305.

(14) Cfr. Ibid., nn. 306-309.

(15) Cfr. Ibid., nn. 315-316.

(16) Cfr. Ibid., n. 319.

(17) Rituale Romanum, Ordo Unctionis Infirmorum eorumque Pastoralis Curae, n. 3.

(18) Cfr. CONCILIO DI TRENTO, sess. XIV, Doctrina de sacramento extremae unctionis, cap. 2: DS, 1696.

(19) AUGUSTINUS IPPONIENSIS, Epistulae 130, VI,13 (= PL, 33,499).

(20) Cfr. AUGUSTINUS IPPONIENSIS, De Civitate Dei 22, 8,3 (= PL 41,762-763).

(21) Cfr. Missale Romanum, p. 563.

(22) Ibid., Oratio universalis, n. X (Pro tribulatis), p. 256.

(23) Rituale Romanum, Ordo Unctionis Infirmorum eorumque Pastoralis Curae, n. 75.

(24) GOAR J., Euchologion sive Rituale Graecorum, Venetiis 1730 (Graz 1960), n. 338.

(25) DENZINGER H., Ritus Orientalium in administrandis Sacramentis, vv. I- II, Würzburg 1863 (Graz 1961), v. II, pp. 497-498.

(26) Rituale Romanum, Ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, Auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, De Sacra Communione et de Cultu Mysterii Eucharistici Extra Missam, Editio typica, Typis Polyglottis Vaticanis, MCMLXXIII, n. 82.

(27) Cfr. Rituale Romanum, De Benedictionibus, nn. 290-320.

(28) Ibid., n. 39.

(29) E i suoi equiparati, in forza del can. 381, § 2.

(30) Cfr. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Istruzione circa alcuni aspetti dell'uso degli strumenti di comunicazione sociale nella promozione della dottrina della fede, 30 marzo 1992, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992.

(31) Cfr. CONGREGATIO PRO DOCTRINA FIDEI, Epistula Inde ab aliquot annis, Ordinariis locorum missa: in mentem normae vigentes de exorcismis revocantur, 29 septembris 1985, AAS 77(1985), pp. 1169-1170.

(32) Cfr. Rituale Romanum, Ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, Auctoritate Ioannis Pauli II promulgatum, De Exorcismis et Supplicationibus quibusdam, Editio typica, Typis Vaticanis MIM, Praenotanda, nn. 13- 19.












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